Filippo Giannini saluta Alberto B. Mariantoni citando dal suo ultimo libro: “Le storture del male assoluto”

QUALCUNO APRIRA’ FINALMENTE GLI OCCHI E, SOPRATTUTTO, IL CERVELLO?

di Filippo Giannini – 17/11/2012

Da pochi giorni è venuto a mancare Alberto B. Mariantoni, giornalista, politologo di livello superiore. Chi scrive queste note ha goduto della sua amicizia e della sua stima. Per ricordarlo doverosamente riteniamo giusto citare il suo ultimo libro: Le storture del male assoluto – i “crimini” fascisti che hanno fatto grande l’Italia. Un libro che tutti, non solo gli italiani, dovrebbero leggere. Dal titolo si evince il senso dell’humor, caratteristico dell’Autore. Si notino, ad esempio i titoli dei Capitoli; ne citiamo alcuni: PARTE I – Un primo stralcio dei più evidenti ed incontrovertibili “crimini contro l’umanità” del Fascismo – Fa seguito una sfilsa inesauribile di leggi e decreti concepiti dal Governo mussoliniano a favore dei ceti più deboli e dei lavoratori; leggi e decreti sino a quel momento impensabili e sconosciuti non solo in Italia ma nell’intero mondo. Altro esempio: PARTE II  – A questi primi, notori, evidenti e ripugnanti “delitti” ne faranno seguito “altri”, ancora più gravi e meno conosciuti – E di nuovo l’elenco, documentatissimo, di altre decine di leggi sempre a favore di coloro che più di altri hanno bisogno di assistenza. E così di seguito Alberto Mariantoni elenca i delitti e le atrocità commesse dal Male assoluto, sino a giungere alla PARTE XXII.

   Ci fa piacere riportare uno stralcio di quanto l’Autore scrive a pagg. 10 e 11: <(…). Il Fascismo “male assoluto”? Mi chiedevo… E allo stesso tempo mi ponevo quest’altra  domanda: era mai possibile che mia madre, mio padre, le mie nonne, i parenti, gli amici, i conoscenti di quel tempo (di cui nessuno – per la cronaca – aveva un qualunque interesse diretto per farlo, né aveva mai rivestito, tra il 1922 ed il 1945, cariche o incarichi pubblici, ufficiali o ufficiosi, nel contesto di quel Regime), mi avessero tutti mentito?

   Era mai possibile – continuavo ad interrogarmi – che tutto ciò che, in famiglia, mi era stato detto o raccontato su quel periodo, oppure che io stesso avevo potuto accertare o toccare con mano, fosse stato, o continuasse ad essere, tutta un’illusione? Tutta un’allucinazione, un obnubilamento, un abbaglio? E, di conseguenza, un macroscopico e fallace inganno? Potevo, viceversa, continuare semplicemente a credere che il Fascismo, al limite, avesse esclusivamente realizzato qualcosa di buono, soltanto per la mia Rieti nativa?

   Insomma, ogni volta che le informazioni degli organi di stampa della restaurazione democratica insistevano a volere per forza legittimare la loro stessa esistenza ed i cambiamenti che erano intervenuti in Italia dopo la Seconda guerra mondiale, attraverso delle dettagliate descrizioni del Fascismo “male assoluto”, mi veniva in mente di effettuare la presente ricerca. Anche se, poi, per ragioni di tempo dedicate ad altro impegno professionale, intraprendevo momentaneamente i miei approfondimenti (durati, in tutto, una decina di anni), accumulavo delle note e, per finire, lasciavo perdere, rimandando sempre a “domani” il completamento e la redazione dell’attuale risultato.

   Ed intanto, la foga del regime democratico-assolutista nel quale sono nato e cresciuto non cessava di dipingere il Fascismo (e continua ininterrottamente a farlo!) come un “orribile mostro”. Come qualcosa di totalmente retrograde, incivile e ripugnante a cui nessuno, per nessuna ragione, doveva attingere ispirazione, né più accostarsi, né tanto meno interessarsi (…).

   Addio Alberto, sei stato un GRANDE; e chissà se lassù, oltre le nuvole, potrai accostarti a quell’UOMO del quale siamo ammiratori.

    Dopo aver ricordato Alberto Mariantoni, trattiamo di un altro uomo, ma da noi molto, molto meno stimato: Bruno Vespa. Questo giornalista “di regime” ha scritto un libro, già ampiamente pubblicizzato sia sui giornali che in televisione. Su “Il Giornale” dell’8 novembre, in prima pagina , su tre colonne, sopra una foto del Duce, si legge il titolo: Saggio storico di Bruno Vespa . QUANDO IL DUCE CI SALVO’ DALLA CRISI”. Questo argomento verrà sviluppato più ampiamente nel proseguo dell’articolo. Una volta ancora, ripetiamo quanto già scrivemmo: di economia ne comprendiamo molto poco, però quando azzardammo un giudizio circa le operazioni del governo “golpista” Mario Monti, in merito sostenemmo che questi per combattere la crisi ha posto in atto una politica economica opposta a quella che avrebbe dovuto svolgere e il giudizio di altri personaggi, sembra darci ragione. Scrive, infatti, Bruno Vespa, dopo aver ricordato che, nel Ventennio, lo stanziamento per opere pubbliche era stato quasi raddoppiato: <Nei primi dieci anni del mio governo – amava puntualizzare il Duce (D maiuscola nel testo, nda) – si è speso in opere pubbliche più di quanto abbiano speso i governi liberali nei primi sessant’anni dall’Unità d’Italia>. A proposito, non sarebbe interessante conoscere quanto è stato speso per opere pubbliche in regime democratico?

    In questi giorni gli studenti sono scesi in piazza per difendere le scuole pubbliche dagli attacchi del governo Monti. In merito a questa materia, ecco quanto scrive Vespa al riguardo: <Colpisce, invece, che non sia stato tagliato di una sola lira il bilancio della Pubblica istruzione (…)>.

   Come è noto la pressione fiscale che grava sugli italiani è la più pesante del mondo; su questa materia ricorda Bruno Vespa: <Fu lì che il Duce disse “basta”, con una frase che suonerebbe ancora oggi di notevole buonsenso “la pressione fiscale è giunta al suo limite estremo e bisogna lasciare per  un po’ di tempo assolutamente tranquillo il contribuente italiano e, se sarà possibile, bisognerà alleggerirlo, perché non ce lo troviamo schiacciato e defunto, sotto il pesante fardello (…)>. Osserva quasi stupito l’Autore: <I sindacati fascisti chiesero la riduzione dell’orario lavorativo settimanale a 40 ore a parità di salario: l’Italia fu il primo paese al mondo a introdurre tale misura fin dal 1934, una scelta così avanzata che è ancora in vigore ottant’anni dopo (…)>. Ma ascoltate: ripetiamo, pur essendo in piena crisi congiunturale, molto più pesante di quella attuale, ecco quali erano le preoccupazioni del “male assoluto”: <In un paese ancora povero, in cui pochissimi bambini potevano permettersi le vacanze al mare, fu provvidenziale l’istituzione delle colonie estive, i cui ospiti passarono da 150mila nel 1930 a 474mila nel 1934. Nel 1926, un anno dopo la sua costituzione, l’Opera Nazionale Dopolavoro contava 280mila iscritti, che un decennio più tardi erano saliti a 2 milioni 780mila, per raggiungere i 5 milioni alla vigilia della seconda guerra mondiale (…). Agli adulti la tessera del dopolavoro dava diritto a forti sconti su ogni tipo di svago: dal cinema ai teatri, dai viaggi alle balere, dagli abbonamenti ai giornali alle partite di calcio (…)>. E tu, operaio o persona a basso reddito, quanto paghi per mandare tuo figlio a scuola e quanto paghi per libri o quaderni? Ecco quanto ha “scoperto” Bruno Vespa: <Tutti, iscritti e non, avevano diritto se bisognosi alla refezione scolastica, a libri e quaderni gratuiti, all’accesso a colonie marine, ai campi estivi e invernali, all’assistenza nei centri antitubercolari (…)>. Questo e altro ancora attesta il signor Bruno Vespa nel suo libro che, al contrario di chi scrive queste note, venderà decine di migliaia di copie, grazie ai graziosi interventi televisivi e di stampa di cui può godere, al contrario di noi che, pur avendo già ripetutamente (e tanto di più) ricordato quanto di grande fu realizzato nel periodo del governo mussoliniano, non disponendo di alcun santo in Paradiso, ci dobbiamo accontentare di veder vendere i propri volumi nella misura della radice quadrata di quanto il valente giornalista della Rai potrà gode.

   Quanto sin qui ricordato non è nulla rispetto ai miracoli compiuti dal male assoluto, in poco più di vent’anni. Ne è prova quanto fece Roosevelt nel corso della sua campagna elettorale impostata all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, in altre parole proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto, Roosevelt (e questo nel dopoguerra fu accuratamente celato) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i più preparati uomini del Brain Trust, per studiare il miracolo italiano e uscire in qualche modo dalla crisi che attanagliava gli Usa. Al riguardo lo studioso Lucio Villari osserva: <Tugwell e Moley, incaricati alla ricerca di un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva>.

   Roosevelt inviò Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo. Ecco come Lucio Villari ricorda l’episodio, tratto dal diario inedito di Tugwell in data 22 ottobre 1934 (anche l’Economia Italiana tra le due Guerre ne riporta alcune parti, pag. 123): <Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’ammnistrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no>.

   Questo fatto è ricordato anche da Bruno Vespa, con queste parole: <(…) Rexford Tugwell, l’uomo più a sinistra dell’amministrazione americana, pur collocandosi ideologicamente agli antipodi del fascismo, riconosceva che il regime stava ricostruendo l’Italia “materialmente e in modo sistematico (…). Il fascismo è la macchina sociale più scorrevole e netta, la più efficiente che io abbia mai visto. E ne sono invidioso>. Certo che nell’Italia libera, democratica e antifascista, certe cose non vanno ricordate!

  Quale è e come si articolava la risposta italiana alla grande crisi economica mondiale?

   Giorgio De Angelis [L’Economia Italiana tra le due Guerre] scrive: «L’onda d’urto provo­cata dal risanamento monetario non colse affatto di sorpresa la compagine governativa e provvedimenti di varia natura at­tenuarono, ove possibile, i conseguenti effetti negativi soprat­tutto nel mondo della produzione (…). L’opera di risanamento monetario, accompagnata da un primo riordino del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizione di sanità generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (…)».

   Sempre nello stesso volume, il professor Gaetano Trupiano, a pagina 169, afferma: «Nel 1929, al momento della crisi mondia­le, l’Italia presentava una situazione della finanza pubblica in gran parte risanata; erano stati sistemati i debiti di guerra, si era proceduto al consolidamento del debito fluttuante con una riduzione degli oneri per interessi e le assicurazioni sociali avevano registrato un sensibile sviluppo».

   In altre parole, come avevamo già scritto, mentre nel mondo decine di persone si uccidevano per la disperazione, in Italia, anche se la crisi internazionale stava producendo diversi danni, le inizia­tive del Governo erano riuscite ad evitare che la catastrofe assumes­se quelle drammatiche proporzioni che altrove si erano verificate (1).

   I ministri finanziari del Governo Mussolini e, ultimo in ordine di tempo fra questi, Antonio Mosconi, riuscirono a far sì, che negli anni fra il ’25 e il ’30, i conti nazionali registrassero attivi da primato.

   Vennero intraprese iniziative che ancor oggi non mancano di stupire per la quantità e la qualità dei meccanismi messi in opera e per il successo da essi ottenuto.

   Lo Stato affrontò la crisi congiunturale spaziando «dalla poli­tica monetaria alla politica creditizia, dalla politica finanzia­ria alla politica valutaria, dalla politica agricola alla politica industriale, dalla politica dei prezzi alla politica dei redditi, dalla politica fiscale alla politica del commercio estero, dalla politica previdenziale alla politica assistenziale» Sabino Cassese [L’Economia Italiana tra le due Guerre].

   Con questa varietà di interventi nella politica economica composta da un fattivo intervento nelle attività produttive e finanziarie, lo Stato italiano divenne titolare di una parte delle attività indu­striali.

   Seguendo questa impostazione, la cura fu quella più appropriata per il superamento della crisi, anche se comportò dei sacrifici: per sostenere le industrie a fine 1930 si rese necessaria una riduzione dei salari dell’8% circa per gli ope­rai; per gli impiegati la riduzione variò, a seconda dell’entità delle retribuzioni, dall’8 al 10%. Il sacrifìcio venne, però, quasi subito compensato dalla con­trazione dei prezzi delle merci, per cui il valore reale d’acquisto ammortizzò in breve tempo l’entità del taglio. Questi sacrifici furono affrontati da tutto il popolo con disciplina e partecipazione.

   In alcuni casi, soprattutto da parte dei senza lavoro (l’indice della disoccupazione subì nei primi mesi del ’30 un brusco incremento), si verificarono contestazioni con manifestazio­ni, scioperi, a volte con serrate. Le principali agitazioni avvennero tra l’aprile 1930 e buona parte del ’32; ma queste non si trasformaro­no mai in tumulto e tutte rientrarono in buon ordine, anche se le organizzazioni antifasciste dall’estero spingevano verso azioni violente.

   Nel periodo di maggior ristagno l’attività del Governo si svol­se con due diversi interventi: uno, immediato, che possiamo indicare come passivo, indirizzato ad assistere le famiglie più colpite dalla grande crisi; il secondo, che possiamo definire attivo, ten­dente ad incrementare gli investimenti statali nelle grandi opere.

   Fra gli interventi passivi possiamo ricordare, oltre al taglio degli stipendi e dei salari: la riduzione delle ore lavorative per evita­re, il più possibile, il licenziamento; l’introduzione della settima­na lavorativa a 40 ore (operazione che comportò il riassorbimento di 220 mila lavoratori); la diminuzione dei fitti; una forte riduzione delle spese nei bilanci militari; opere di assistenza diretta, come distribuzione di buoni viveri e centri di distribuzione di pasti. Mussolini seguiva con grande cura l’esecuzione di queste disposizioni; ne fa fede un telegramma inviato al prefetto di Tori­no in data 1° dicembre 1930: «Buono viveri è insufficiente. Mez­zo chilo di pane ai disoccupati senza famiglia sta bene, ma i disoccupati con famiglia devono avere oltre il pane il riso, condimento e carbone. Bisogna dare qualcosa di più del sem­plice pezzo di pane».

   Per concludere la parte riguardante gli interventi passivi, è interessante riportare il perentorio telegramma inviato da Musso­lini il 6 aprile 1931 al prefetto di Ferrara: «Dica ai dirigenti poli­tici e sindacali ferraresi che sciopero Po di Volano per ottene­re aumento di salario è grottesco e criminoso, tanto più che tratta­si di lavori pubblici finanziati col sudore e col sangue del con­tribuente italiano. Se domattina lavoro non sarà ripreso colla massima disciplina darò ordini perché lavoro stesso sia sospe­so sine die. Scioperare quando ci sono 700 mila disoccupati che cercano invano lavoro da mesi è atto di incoscienza sov­versiva che rivela persistenza vecchia mentalità e che va quin­di immediatamente stroncata. Istigatori sciopero devono esse­re esemplarmente condannati».

   L’intervento che possiamo indicare come attivo fu molto variegato e riguardò, come abbiamo più volte ricordato, quello dello Stato nelle più diverse attività della vita sociale. Fra gli in­terventi attivi, possiamo ricordare quelle iniziative che ancor og­gi sono al centro del mondo del lavoro e dell’arte: ci riferiamo al­le Fiere e attività similari. Non ultima, certamente, quella di Napoli, la Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare: concepita per far sì che ogni tre anni Napoli fosse al centro degli scambi economici e culturali fra l’Africa e l’Europa, una iniziativa ancora oggi valida… volendo. Per rimanere ancora a Napoli, possiamo citare la realizzazione degli ospedali collinari (il XXIII Marzo, poi intitolato a Cardarelli; il Principe di Piemonte, ribattezzato Monaldi; la Stazione Marittima; la Stazione di Margellina; il nuovo rione Carità con i palazzi delle Poste, delle Finanze, della Provincia e dei Mutilati; il Collegio Costanzo Ciano per 3 mila ragazzi (ancora oggi occupato dalla NATO); la nuova sede del Banco di Napoli; il palazzo dell’INA, e numerosi rioni di case popolari.

   Mussolini e i suoi collaboratori erano consapevoli dell’importanza che queste istituzioni, le Fiere appunto, potevano esercitare nel settore commerciale: negli scambi, nelle contrattazioni e nel rile­vante stimolo che tutto ciò poteva esercitare per la produzione e acquisto di beni, anche di origine lontana o di lontana destinazio­ne. In quest’ottica, e in occasione del Decennale (1932), il Du­ce trasformò la Fiera di Milano in Fiera Internazionale.

   La Fiera Internazionale di Milano  divenne (e ancora oggi lo è) la più importante d’Europa.

   A quella di Milano, la Fiera di Verona, di Napoli (poco sopra ricordata)  e, importantissima tuttora per i com­merci verso l’Oriente vicino e lontano, quella di Bari, battezzata Fiera del Levante.

   Solo la guerra vanificherà il completamento di quella Mo­stra che nei programmi doveva divenire la più importante del mondo: l‘E/42 di Roma.

   Importantissimi anche i Festival del cinema di Venezia, di Roma, di Taormina.

   Altri interventi attivi videro la luce in quel periodo; ma per l’importanza che assumeranno nel futuro, dedicheremo ad essi una trattazione a parte.

   Tutto questo fu concepito e realizzato, in tempi fascisti (cioè in poco tempo), senza ruberie o scandali. Strano, vero? Eppure così fu!

   Lo Stellone italiano si è forse spento? Sembra proprio così. Il colpo di Stato organizzato da Giorgio Napolitano per portare Mario Monti al governo, con l’intento, almeno così ci avevano fatto credere, di ridurre il così detto debito pubblico, operazione che si è dimostrata un fiasco. Ma quel che terrorizza, se risultasse vero è quanto sostiene Pietro Valente in un suo saggio, nel quale asserisce addirittura, che <Monti è stato chiamato al governo col fine di aumentare il debito pubblico! Come visto sta assolvendo nel migliore dei modi il suo compito. Attenzione> continua sempre il saggio <però il signor Monti non solo ha il compito di aumentare il debito, ma deve anche accelerare i tempi! È per questa ragione che oltre ad aumentare il debito in se, aumenta la quota da pagare a breve termine, a meno di un anno (…). L’Italia, come gli altri paesi, ha grandi ricchezze, di cui vogliono impossessarsi coloro che stanno dietro ai vari Monti. Questi mettono a capo dell’amministrazione della cosa pubblica propri uomini di fiducia precisamente con il compito di accrescere il debito pubblico. Monti è solo l’ultimo di una lunga serie, probabilmente l’uomo finale, quello che deve dare la stoccata mortale all’Italia (…)>.

   Secondo lo scrittore russo Daniel Estulin, le cui idee sono state trasmesse (stranamente) anche su Rai/2, avverte gli italiani con queste parole: <Il vostro nemico è Mario Monti. È un traditore della nazione italiana, dovrebbe essere messo in prigione>. Parole di un giornalista russo di origini lituane, autore del dirompente  saggio sull’oscura influenza del Gruppo Bilderberg nella politica economica mondiale. Stando a quanto attestano varie fonti, sembrerebbe accertato che Mario Monti, avrebbe svolto la sua opera per diversi anni, come dirigente di rilievo nella Goldman Sachs.

   È mai possibile tutto ciò? Ci dobbiamo preoccupare? Certo che da tempo si parla di vendere i nostri beni, cosa mai in precedenza ventilata. In questo caso c’è una via d’uscita? Non credo, ma si può provare: andare tutti ad inginocchiarci dinnanzi a quella tomba a Predappio, chiedere perdono e invocare un miracolo. D’altra parte già una cosa simile avvenne tanti secoli fa, ricordate Lazzaro? L’impresa è disperata, anche perché quell’Uomo è ancora uno pocariello incazzatino con tutti noi; però conoscendolo…

   1) Se le nostre fonti d’informazioni risultassero giuste, i suicidi sotto il governo Mario Monti ammonterebbero ad almeno settanta unità. Cosa assolutamente inconcepibile sotto il governo del male assoluto.

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https://proclamaitalia.wordpress.com/2012/11/22/768/

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Una risposta a Filippo Giannini saluta Alberto B. Mariantoni citando dal suo ultimo libro: “Le storture del male assoluto”

  1. Paolo Ravaglia ha detto:

    La consapevolezza impotente di ciò che potremmo essere e non siamo, a causa di un regime democratico-assolutista e liberticida, conduce solo ad una sorta di sterile autocommiserazione. La consapevolezza potente di sapere chi siamo e cosa vogliamo conduce ad una azione organizzata e finalizzata.
    Aggredire e distruggere il sistema è imperativo categorico, senza patteggiamenti.
    Se questo è il fine condiviso, va elaborata una strategia che conduca ad una azione di sottrazione e recupero di risorse umane e materiali, da riorganizzare in un altro sistema, quello che noi vogliamo.
    Ad oggi c’è solo un movimento di pensiero, che nasce da un risveglio di coscienza di appartenenza, ma senza azione, è una pianta destinata a morire.

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