Appello per il 15 Ottobre 2011

Dopo oltre sei mesi dal suo inizio, sembra non avere fine la guerra della NATO contro la Giamahiria di Muammar Gheddafi:  migliaia di morti causati dai bombardamenti dal cielo contro la popolazione  e le infrastrutture civili, uso di elicotteri Apache … Continua a leggere

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ANTIBANKS DAY – 17 settembre

da  http://retedeicittadini.it RETE DEI CITTADINI invita tutti i cittadini a partecipare all’iniziativa data l’importanza della questione economica nel nostro paese. Noi cittadini italiani occuperemo piazza affari, in contemporanea a Wall Street e alle principali borse europee. Vogliamo protestare contro il … Continua a leggere

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Via le basi USA dall’Italia!

Pubblichiamo la seguente petizione in quanto in linea con i principi del Proclama alla Nazione: Dopo 66 anni di dominazione americana sull’Italia è giunto il momento di spezzare le catene di questa schiavitù e liberare il Paese dal dominio straniero. … Continua a leggere

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Presidio Montecitorio

Il “Forum dei LXX” è solidale con la lotta intrapresa da Gaetano Farrieri, del Presidio Montecitorio.

Per informazioni, visitate il sito http://www.presidiomontecitorio.it/

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Vergogna agli Atlantici! – abm

di Alberto B. Mariantoni Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi … Continua a leggere

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Lettera informativa – Alberto B. Mariantoni

– Ai partecipanti alla riunione del 19 Agosto scorso, a Roma. e.p.c.: – agli aderenti del “Proclama alla Nazione”; – ai simpatizzanti del “Forum dei LXX”. ================ Miei Carissimi Amici e Compatrioti, Prima di tutto, permettetemi di ringraziarvi. Ed in … Continua a leggere

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Globalismo e Mercati, Hybris e Némesis – Alberto B. Mariantoni

Non è escluso che alcuni lettori, già prima di iniziare a percorrere il testo di questa mia riflessione, possano eccepirmi: ma che c’entrano delle nozioni culturali dell’antica Grecia (come ὕϐρις/húbris/hybris = dismisura, eccesso, oltraggio; e Νέμεσις/ Némesis = la collera o la vendetta divina), con le umilianti e mortificanti fregature che il cosiddetto “Mercato globale” continua quotidianamente a dare al “Popolo-bue”? 

Capisco l’eventuale sorpresa, ma se una tale correlazione potrebbe apparire ai più come una specie di forzatura letteraria, coloro che avranno il tempo e la pazienza di seguire il mio ragionamento, potranno facilmente accorgersi che quelle nozioni c’entrano. Altroché se c’entrano!

Prima, però, di poterne scoprire l’eventuale concatenazione, cerchiamo di fare il punto della situazione, incominciando con il focalizzare e decifrare il primo soggetto di questa analisi: il Liberismo”.

 

Questa “scuola di pensiero” (prettamente ideologica, e poco economica, mi permetto di sottolineare), tende a caratterizzarsi, in generale, per la sua fedeltà e sottomissione a tre dogmi fondamentali:

1.“Nel campo economico esiste un ordine naturale che tende ad organizzarsi spontaneamente, purché gli individui siano lasciati liberi di agire, ispirandosi ai loro propri interessi.

 

2. Quest’ordine naturale, è il migliore, il più capace di assicurare la prosperità delle nazioni; è superiore a qualsiasi altro ordinamento artificiale che si potrebbe ottenere attraverso l’impiego di leggi umane.

 

3. Non esiste nessun antagonismo, ma armonia tra i diversi interessi individuali, e l’interesse generale concorda ugualmente con gli interessi individuali. Questa armonia, forma l’essenza stessa dell’ordine naturale” (Pierre Reboud, “Précis d’Economie Politique”, Tome premier, Dalloz, Paris, 1939, pag. 52).

Ora, senza dover superfluamente dare risalto al fatto che qualsiasi dogma è semplicemente la più grande offesa che si possa perpetrare nei confronti dell’intelligenza umana, vediamo cosa diceva, a proposito del “Liberismo”, il Dizionario di filosofia e scienze umane di Emilio Morselli, edito da Signorelli, a Milano, nel 1988: “Liberismo (o Liberalismo Economico): teoria secondo cui il modo migliore per promuovere lo sviluppo economico è quello di lasciare l’iniziativa privata in piena libertà d’azione, escludendo ogni ingerenza artificiale da parte dello Stato. Ipotesi di fondo del liberismo è l’esistenza di un ordine naturale in campo economico analogo a quello del mondo fisico; ne derivano due postulati: a) la concorrenza perfetta premia i migliori ed elimina i cattivi operatori; b) il meccanismo naturale dei prezzi che, in regime di libera concorrenza, trova il proprio freno nella legge della domanda e dell’offerta. Queste tesi del liberismo classico, elaborato dai grandi economisti settecenteschi (A. Smith, D. Ricardo, T. Malthus), non trovano più riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che nelle conseguenze”.

 

Appena 23 anni fa, quindi, il “Liberismo” era ufficialmente morto o considerato un qualcosa che, in tutti i casi, non trovava più riscontro nella realtà economica moderna, sia nelle premesse che nelle conseguenze”.

Dagli anni ’90 del secolo scorso ad oggi, invece, si continua a cercare di convincere l’uomo della strada che il medesimo “Liberismo” sarebbe il nec plus ultra del progresso e dello sviluppo delle nostre società.

Questo, nonostante che i suoi suddetti dogmi – ciclicamente attivati e, ogni volta, testardamente ed illogicamente messi in pratica (in particolare, tra il 1852 ed il 1890; tra il 1911 ed il 1915 e tra il 1920 ed il 1930, con i “risultati” che conosciamo…), irragionevolmente riproposti (negli anni 1950/1960, dalla “scuola di Chicago”: Milton Friedmann, Feldstein, Moore, etc.) e, dal 1992 (cioè, dopo la caduta del muro di Berlino ed il crollo dell’ex Unione sovietica), politicamente propagandati e fideisticamente diffusi come indiscutibili ed incontestabili – abbiano, nel loro ricorrente confronto con la realtà, invariabilmente “toppatosu tutta la linea e si siano costantemente ed immutabilmente rivelati per quello che in realtà sono e sono sempre stati: una semplice mega-truffa planetaria, ai danni dell’uomo della strada, da parte dei soliti noti!

Vedremo, tra poco, il perché quei dogmi sono una semplice frode.

Cerchiamo, ora, di individuare ed approfondire le principali peculiarità del secondo attore di questa analisi: lo Stato o gli “Stati”.

Thomas Hobbes, nel suo Leviatano (1651), ci dice che “lo Stato rappresenta l’istanza unitaria e sovrana di neutralizzazione dei conflitti sociali e religiosi attraverso l’esercizio di una summa potestas, espressa attraverso la forma astratta e universale della legge che si legittima in base al mandato di autorizzazione degli individui, in cui si realizza il meccanismo della rappresentanza politica”.

 

In che consisterebbe, in particolare, quella sua summa potestas?

Consiste soprattutto nel fatto che qualsisi Stato (dal lat. statum = ‘condizione’, ‘posizione’; riepilogativo di: status civitas = ‘Stato della città’, o status rei publicae = ‘Stato della cosa pubblica’) è, per antonomasia, simultaneamente sovrano, indipendente e spersonalizzato.

E’ sovrano, in quanto è superiore (dal lat. sŭpĕrans, antis = ‘predominante’; da cui, il tardo lat. superanus, a, um = ‘soprano’ o ‘che sta sopra’, ed il francese souverain = sovrano) ad ogni altro soggetto politico, economico, sociale, giuridico (individuale o collettivo) che esiste ed agisce all’interno dei suoi confini politici. E’ indipendente (in = negazione di, dipendente: quindi, che ‘non è soggetto a vincolo di nessun genere, da parte di nessuno’), in quanto, nei rapporti con altri Stati, non accetta – se non in modo concordato e consensuale (dopo essere stato, come minimo, preventivamente autorizzato da un referendum popolare) e su un piano di ordinaria reciprocità ed equità – nessuna rinuncia alle sue prerogative. E’ spersonalizzato, in quanto – qualunque sia o possa essere la rappresentanza politica che il Popolo-Sovrano ha occasionalmente scelto per far gestire o amministrare la cosa pubblica – è sempre il Governo pro tempore della Nazione che ha l’obbligo di conformarsi ai fondamenti dello Stato (che sono stati preventivamente espressi dalla volontà popolare, condensati nei termini della sua Costituzione e continuano ad essere difesi e garantiti dalle sue leggi), e non il contrario.

Intendiamoci, il Governo di una Nazione può pure decidere di cambiare i fondamenti dello Stato a cui appartiene, ma prima deve comunque chiederne l’autorizzazione e l’avallo da parte del Popolo-Sovrano.

A questo punto, per permettere a chiunque di potersi davvero rendere conto che anche la teoria dello Stato – a causa dell’accettazione incondizionata dei dogmi del “Liberismo” da parte della forze politiche (al Governo ed all’Opposizione) delle nostre Nazioni – è diventata una semplice truffa ai danni del cittadino, è sufficiente porsi queste semplici domande:

  1. E’ mai possibile, ad esempio, che l’insieme delle forze politiche di una Nazione – che ufficialmente dovrebbero operare nell’interesse dei cittadini e dello Stato che esse stesse rappresentano ed amministrano – per cercare di forzare le realtà oggettive dei nostri Paesi e farle coincidere con i dogmi dell’ideologia (il “Liberismo”) nella quale credono o si identificano, si sforzino principalmente di sottomettere i nostri Paesi alle cosiddette “Leggi del Mercato” e, favorendo la speculazione finanziaria internazionale, privino arbitrariamente da un lato i cittadini e lo Stato della loro inalienabile sovranità e, dall’altro, facciano addirittura  pagare, a questi ultimi, i ripetuti e costanti fallimenti della loro astratta ed inattuabile teoria ideologica?
  1. Se uno Stato, per poter ordinariamente esistere ed operare, non solo accetta – sulla base della medesima ideologia “liberista” – di rinunciare a “battere moneta” (che è una delle due prerogative del Principe, assieme al ‘monopolio dell’utilizzo della Forza armata’), ma è nientemeno costretto a chiedere in prestito dei capitali sul mercato libero, c’è ancora da domandarsi le ragioni per cui il nostro debito pubblico (assieme agli interessi che debbono essere pagati sul medesimo debito), è sempre più esponenziale, fino a diventare strutturalmente inestinguibile?
  1. E’ accettbile che uno Stato, su sollecitazione di un qualunque Governo in carica, prenda l’iniziativa di scatenare una vera e propria la caccia all’evasione fiscale – fino al parossismo di appostare degli agenti della Guardia di Finanza fuori dai Bar dove andiamo a bere un caffè o mangiare un tramezzino, per controllare de visu se abbiamo o no il relativo scontrino della nostra consumazione, ed allo stesso tempo – non conosca (o faccia finta di non conoscere) il nome ed il cognome (o la personalità giuridica o morale) degli speculatori internazionali che, come se niente fosse, spostano, ogni giorno, migliaia di miliardi di dollari o di euro, da una borsa all’altra del Pianeta, facendo fallire (se il caso si presenta) intere economie nazionali, senza che questi ultimi possano essere in qualche modo identificati, recensiti e tassati, come qualunque altro cittadino del mondo, sia sui loro capitali che sui loro ingenti profitti? 

Se tutto ciò è ammissibile e tollerabile, viene spontaneo domandarsi: a cosa servono gli Stati se non a continuare indebitamente a sgassare i cittadini per conto terzi e raschiare il fondo del barile dei nostri introiti e dei nostri risparmi, per permettere a chi è già ricco di diventare più ricco, con l’appoggio incondizionato ed il sostegno pratico della Forza pubblica che dovrebbe essere, invece, il principale baluardo della nostra tutela?

Ed aggiungo: qualora tutto ciò sia davvero ineluttabile (come spesso cercano di convincerci…), allora, aboliamo gli Stati. Mettiamoci tranquillamente l’anima in pace ed accettiamo, di buon grado, di farci direttamente governare dalle strutture della speculazione internazionale. Così, almeno, avremo come minimo economizzato l’insieme dei costi astronomici della politica che, come abbiamo già visto, serve esclusivamente a farci meglio depredare dagli innominabili ed insaziabili manovratori della finanza cosmopolita!

Prendiamo, per concludere il nostro giro d’orizzonte, il terzo ed ultimo attore di questa medesima disamina: “l’Uomo”.

Che cos’è l’Essere umano? E’ quell’individuo (dal lat. individuus, a, um: quell’aggettivo, cioè, che non potrà mai essere o diventare soggetto di se stesso!) che serve esclusivamente al “Liberismo”, per avere al suo cospetto quella massa indefinita di produttori e di consumatori non organizzati e, quindi, imporre unilateralmente le sue regole del gioco all’insieme dei prestatori d’opera ed il suo monopolio (settore per settore) nel campo dei prodotti e dei prezzi? Oppure, è l’anathrôn-ha-opôpé dei Greci: quell’essere animato, cioè, diverso dagli altri animali, che ragiona ed è sensibile?

In quest’ultimo caso, come è facile desumerlo, sarebbe praticamente impossibile continuare a considerarlo uno dei tre fattori della produzione e seguitare altresì a compararlo agli altri due che sono – come tutti sanno – la “tecnologia” ed il “capitale”.

Chi ha mai visto, infatti, fino ad oggi, piangere o ridere, esaltarsi o disperarsi, amare o odiare, provare simpatia o antipatia, affinità o diffidenza, affetto o repulsione, gioia o dolore, un tornio o un cassetto pieno di soldi?

 

Eppure, i bricconi di cui sopra – vista l’attiva ed interessata complicità della Casta politica (di destra, di sinistra e di centro) del nostro Paese e dei Media (i valvassini dei precedenti) che ne amplificano studiatamente le “gesta” e la “parola” –  sembrano comunque essere riusciti a far credere ai cittadini delle nostre società, perfino una tale insostenibile bizzarria!

Convincendo l’uomo della strada che ciò che custodiva o teneva in tasca era più importante di lui, i principali sostenitori dell’ideologia “Liberista” hanno semplicemente permesso che fosse apertamente e legalmente perpretato nei suoi confronti, il più grande e ripugnante dei crimini che la Storia abbia fino ad oggi conosciuto: quello, in particolare, di trasformare psicologicamente il medesimo essere umano – originariamente soggetto e finalità della Storia, della Politica e dell’Economia – in volontario ed inconspevole oggetto di un’astratta e nefasta ideologia che, ponendo il danaro al centro della società, ha ridotto l’Uomo ad una semplice cosa o bene mobile. E, come tale, lo ha reso suscettibile di essere assunto a discrezione ed al minor prezzo possibile, nonché licenziato in tronco, in qualsiasi momento, senza nessun preavviso, né valido motivo, ed affidato unicamente al buon volere delleLeggi della domanda e dell’offerta”. Il tutto, ovviamente, per permettere ai principali promotori ed organizzatori del cosiddettoMercato globaledi ottenere, anche nel contesto del cosiddettoMercato del lavoro” (come se l’Uomo potesse essere comparato ad un chilo di patate o di zucchine…) – con l’appoggio diretto o indiretto dei Sindacati embedded ed il connivente e prezzolato avallo dei responsabili dei nostri Governi e dei nostri Stati – il massimo del profitto

Ecco, dunque, anatomizzata e resa intelligibile anche quest’ennesima truffa che il “Liberismo” ha riservato alle nostre società.

Conoscendo, ora, la natura ed il ruolo reale dei diversi attori di quest’abominevole e grottesca rappresentazione epocale che abbiamo ormai l’abitudine di definire il mondo contemporaneo, chiunque, tra i lettori di quest’approfondimento, potrà, da questo momento, agevolmente individuare e facilmente riconoscere l’hybris a cui mi sono riferito all’inizio di quest’articolo.

Detto altrimenti, in che consisterebbe, dunque, la dismisura, l’eccesso e/o l’oltraggio del “Liberismo” nei confronti dei cittadini dei diversi Stati del mondo?

A mio avviso, consiste principalmente nel far credere al solito “uomo della strada” (ingenuo e sprovveduto per definizione) che la medesima “mano invisibile” che dovrebbe immancabilmente contribuire ad arricchire ognuno di noi (ma, in realtà, rimpingua soltanto qualcuno, impoverendo sempre di più – salvo le classiche eccezioni che confermano la regola – chi è già povero o diseredato!), è ugualmente responsabile – di tanto in tanto (sic!) – delle crisi economiche (come se queste ultime fossero un casuale o involontario incidente della vita e della Storia…) che, da all’incirca due secoli e mezzo, continuano ciclicamente ad affliggere e tormentare l’insieme delle nostre società.

Questo, quando chiunque abbia un minimo di infarinatura a proposito dell’Economia politica, sa benissimo che il cosiddetto “Libero mercato”:

–       E’ solo ed esclusivamente il “Mercato” delle Multinazionali e dei Trust finanziari che tende invariabilmente a spazzare via i singoli operatori. In altri termini: per un Bill Gates (il Sig. “Avviso Porte”, si potrebbe liberamente tradurre in italiano!) che riesce a fare fortuna dal nulla, quanti “poveri cristi” ci lasciano le penne, cercando o sperando di poterlo davvero diventare? E se, per pura ipotesi, tutti riuscissimo a diventare Bill Gates che valore avrebbe essere un Bill Gates?

–       E’ come un “fiume in piena”, a cui se non vengono preventivamente e drasticamente innalzati gli “argini” della morale societaria e della legge, distrugge tutto al suo passaggio; mentre invece, se “incanalato” precauzionalmente all’interno delle succitate “barriere di contenimento” ed inframezzandogli sul suo percorsco magari una turbina, è in grado di produrre altra energia, ed ancora altra energia (l’esempio più conosciuto, a quanto ne so io, sembra essere stato il miracolo economico italiano degli anni ’30).

–       Produce sistematicamente delle situazioni economiche, nelle quali i prezzi delle differenti Nazioni tendono sempre ad allinearsi su i più alti ed i salari su i più bassi.

–       Tende regolarmente a monopolizzare i guadagni ed a socializzare le perdite. In altre parole, ciò che i vari promotori ed organizzatori del “Mercato globale” riescono a rapinare all’interno di uno Spazio economico, lo tengono in larga parte per sé; e quando il medesimo “mercato” che hanno precedentemente investito incomincia inevitabilmente a saturarsi, licenziano le maestranze e delocalizzano le loro imprese, lasciando sulle braccia dell’intera società, le spese e gli oneri economici e sociali dei danni che, con il loro ordinario agire, sono riusciti a realizzare. 

–       Agisce sistematicamente, nei confronti dei diversi Spazi economici del mondo, come l’andirivieni incessante ed incontrollabile delle maree: vale a dire, ruba qui e porta lì; poi, ruba lì e porta qui; dopo ancora, ruba di nuovo qui e porta di nuovo altrove; etc. All’infinito. Con la differenza che questa volta (cioè, da una quindicina di anni a questa parte), il cosiddetto Occidente (Stati Uniti, Europa, Giappone ed alcuni Paesi del Sud-Est asiatico) non potrà affatto essere in grado – dopo aver impoverito le nostre Nazioni (nonostante tenti di far ridurre i salari dei nostri lavoratori, al medesimo livello di quelli che vengono attualmente praticati in Cina ed in India) – di defraudare gli ex-Paesi emergenti (diventati, ormai, a pieno titolo, delle vere e proprie potenze, finanziarie, bancarie, industriali, commerciali e logistiche), per due semplici ragioni: la prima è che l’Occidente ha ormai perduto – a netto vantaggio della Cina e dell’India (insomma, per fare più soldi, l’Occidente ha venduto a quei Paesi, perfino la “corda per farsi impiccare”!) – il monopolio dei suoi cinque tradizionali pilastri economici: la finanza, la banca, l’apparato industriale, le infrastrutture commerciali e quelle dei trasporti; la seconda, è che – sarà bene tenerlo a mente – la Cina e l’India sono due potenze nucleari, a cui sarà molto difficile, in prossimo futuro, cercare di togliere il “tappetino” da sotto i loro piedi, per tentare di scippare le loro attuali e future ricchezze, nella speranza di poterle, un giorno, ri-portare in Occidente! 

Individuata chiaramente l’hybris, è sufficiente fare mente locale, per capire la valanga di bugie che ogni giorno ci vengono raccontate dai nostri “politici” e sistematicamente rilanciate sul mercato dai vomitevoli e supersperimentati pennivendoli del medesimo sistema, per cercare di farci tranquillamente o inconsapevolmente trangugiare l’amara pillola del nostro, ormai (nella sopraindicata situazione), impossibile futuro…

Gli Stati e gli Istituti bancari del cosiddetto Occidente (Italia ed Europa comprese), da circa 10/15 anni, sono quasi tutti in fallimento o, nel peggiore dei casi, in semplice e celata bancarotta fraudolenta. Il denaro (quello vero) essendo, nel frattempo, filato via, come era naturale che fosse, in quelle parti del mondo che gli possono più facilmente garantire di potere largamente decuplicare o centuplicare, in rendite e profitti, le somme inizialmente investite.

Cosa ci fanno credere, invece, i nostri “politici”? Ovviamente, che da noi tutto va bene! Anzi, meglio…

Vediamo il funzionamento dei loro premeditati e criminali marchingegni finanziari.

I nostri Stati – ormai irrimediabilmente asserviti alle Caste politiche bipartisan che sono al servizio del “liberismo/globalismo” – per tentare di tenere la “bocca fuori dell’acqua” alle popolazioni dei nostri Paesi e non farle immediatamente ed irrimediabilmente affogare, travolte dai debiti, nell’insolvibilità e nel caos, emettono dei Buoni del tesoro (cioè, dei pagherò a breve o lunga scadenza, su cui lo Stato stesso dovrà, presto o tardi, pagare degli interessi) e li affidano a delle banche private (Bankitalia o BCE o Federal Reserve = kif, kif!). Le medesime Banche, dal canto loro, per simulare un formale pagamento, danno in cambio ai nostri Stati, dei bellissimi biglietti di carta colorati e stampati che sono concessi in locazione, al loro valore facciale, ai nostri Ministeri del Tesoro che a loro volta, dopo averci pagato il famoso “signoraggio” (altri debiti, per il contribuente), li incamerano sotto forma di moneta contante e li utilizzano per “tappare i buchi” più urgenti che sono stati precedentemente generati dalla loro medesima gestione del Paese.

Da un punto di vista contabile, le due vicendevoli operazioni di cassa non sembrano fare una piega: entrambi gli “attori” (gli Stati + le Banche) di questa moderna commedia dell’arte, depositando ufficialmente nei loro forzieri i rispettivi foglietti di carta colorati e considerandoli come dei veri e propri attivi, sono in grado di presentare, agli eventuali audit pubblici o alle più mediatizzate Agenzie di rating, dei corretti bilanci. Al punto che ambedue gli “attori” possono continuare ad apparire – agli occhi del profano (ma non degli speculatori borsistici!) – come dei soggetti economici e giuridici perfettamente solvibili.

Ma chi pagherà, alla fine (questo, naturalmente, nessuno ce lo dice!) il loro ingegnoso “giochino” delle suddette reciproche “cambiali”? Noi. Semplicemente noi! Gli “scemi del villaggio”… Con l’acre e spossante sudore della nostra fronte ed i nostri immani, quotidiani ed ingiusti sacrifici.

Ci sarebbe da evocare altre ed infinite bugie, come quelle, ad esempio, relative al supposto “rilancio” dell’economia dei nostri Stati, abbassando i salari, diminuendo le spese pubbliche, abolendo gli assegni sociali, togliendo le tasse alle imprese, alzando l’età pensionabile, decurtando le pensioni già esistenti (non quelle milionarie dei “signori della politica”, chiaramente!) ed eliminando la loro reversibilità per i poveri vedovi e vedove; oppure, come quelle riguardanti il “rilancio” della produzione dell’auto (se anche riuscissimo a regalare, a costo zero, 1 milione di vetture ai primi che ne facessero richiesta, dove le parcheggeremmo e come faremmo, ormai, a circolare sulle nostre strade o all’interno delle nostre città?), permettendo contemporaneamente ad un qualunque Marchionne di turno di riportare la figura ed il ruolo del lavoratore, alla medesima miserevole condizione di semplice bestia da soma, senza nessun diritto, descritta da Marx, nella prima parte del suo Capitale; o ancora, come quelle concernenti il “riassorbimento” dell’attuale disoccupazione, cercando di accogliere, a più non posso, all’interno di un “bicchiere” chiamato Italia o di un “boccale” chiamato Europa, l’immenso e brulicante Oceano di miseria che il “Liberismo” stesso, con le sue guerre (per la pace) e lo sfuttamento capillare dell’insieme delle risorse dei Paesi del Terzo mondo, ha provocato sul nostro Pianeta. Ma fermiamoci qui…      

Avendo capito (spero…) quanto mi sono permesso fino ad ora di evidenziare, il lettore, en passant, avrà altrettanto compreso il significato ed il senso della némesis greca o, se si preferisce, della collera o della vendetta divina a cui ho ugualmente fatto riferimento all’inizio di questa mia riflessione.

 

Intendiamoci, però. Chiunque sia riuscito a focalizzarne ed afferrarne il concetto, non mi venga ugualmente a chiedere, per cortesia, in che modo o maniera mettere in pratica la sua individuale collera e vendetta nei confronti dei delinquenti di cui sopra e di quanti, fino a questo momento, hanno legalmente permesso a questi ultimi di esercitare impunemente la loro “arte criminale”: quella, cioè, che ci sta letteralmente e collettivamente portando alla rovina, se non facciamo nulla per fermarla.

L’unica cosa che posso consigliare al lettore in questo contesto, è che le nostre possibili ed inesorabili rivincite e le eventuali e sacrosante sanzioni che dovranno comunque essere inflitte ai responsabili della catastrofe generalizzata che – da tempo, ormai – siamo costretti a subire e sopportare sulla nostra pelle, potranno davvero essere realmente esercitate, soltanto quando riusciremo ad avere il coraggio civile e morale di deporre momentaneamente al guardaroba le nostre reciproche “fisse” ideologico-politico-partitiche-religiose. Dopo di ché, mettendo assieme la totalità delle nostre forze e delle nostre capacità e competenze, potremo essere senz’altro in condizione di ribellarci e di combattere e sconfiggere qualunque nemico. E questo, per poterci finalmente liberare dall’assurda e nefasta iattura del “liberismo/globalismo” e riconquistare, per noi ed i nostri figli, nonché per i figli dei nostri figli, le irrinunciabili e, fino ad oggi, furbescamente estorte o ladronescamente defraudate prerogative di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare che – fino a prova del contrario – spettano, per diritto naturale, a qualsiasi Popolo-Nazione del mondo che ancora sia in grado di essere cosciente e degno di questo nome!

 

Alberto B. Mariantoni

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Verdi, un ritorno al futuro – Nando Dicé

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Petizione di Rinascita

Nelle more dell’appello ad un “fronte comune” di riscatto nazionale ci rivolgiamo ai lettori di Rinascita – ed alle varie associazioni e movimenti che stanno rispondendo positivamente alla determinazione provocata dal quotidiano – per l’inizio di una serie di mobilitazioni per la raccolta del maggior numero di consenso e di firme di cittadini italiani che vogliono finalmente liberarsi dai “liberatori” che invece da oltre 65 anni calpestano, giorno dopo giorno, la nostra dignità di Uomini Liberi.

Per iniziare abbiamo preparato ed inviato agli uffici competenti una petizione popolare ai sensi dell’art. 50 della Costituzione:  “Per la Denuclearizzazione del territorio nazionale”,  in merito agli armamenti atomici di eserciti di occupazione straniera sul suolo italiano.

La petizione, come si può leggere di seguito, è stata già assegnata alle commissioni competenti e dunque è già agli atti parlamentari di Camera e Senato con i primi firmatari.

Ora mobilitiamoci per dare voce a questa petizione e informare i cittadini e da loro avere un consenso diretto con una semplice firma che può essere raccolta dovunque, comunque, senza particolari necessità burocratiche ed anche attraverso internet, perché la pressione e la lotta di Popolo raggiunga con le sue “grida” i palazzi del potere e scuota la “casta” affinché discutano il testo della petizione per trasformarla in legge dello Stato, che ritorni ad essere ITALIANO e non…..”italiota”, invece di continuare a votare trasversalmente per i rifinanziamenti di missioni “di pace” pro domo Yankees.

Maurizio Canosci – Presidente Centro Studi Socialismo Nazionale

www.socialismonazionale.it

La petizione in oggetto è stata protocollata il 18.07.2011 dall’ufficio di Presidenza del Senato della Repubblica che informa che la stessa è stata assegnata il 14.07 u.s. dall’Assemblea con il nr. 1350 alla 4° Commissione permanente (Difesa) competente per materia.

Assegnato alla 4ª Commissione permanente (Difesa) il 14 luglio 2011; annuncio nella seduta ant. n. 581 del 14 luglio 2011 : “Il signor Stelvio del Piaz, di Arezzo, ed altri cittadini chiedono la revisione delle regole di concessione delle basi militari presenti in Italia, al fine di giungere alla denuclearizzazione del territorio nazionale”

Arezzo, lì 1° luglio 2011

Firmatari:

Stelvio Dal Piaz (primo firmatario)
Maurizio Canosci
Gianni Rebaudengo
Pina Cardia
Luciano Sonego
Valeriano Androni
ed altri…………

 

La petizione in oggetto è stata presentata all’assemblea dall’ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in data 27 luglio 2011 (vedi sito ufficiale camera.it) ed in tale seduta è stata assegnata con il nr. 1280 alla 3° Commissione permanente (Affari Esteri e Comunitari) competente per materia.

N.1280
“MAURIZIO CARLO CANOSCI, da Sansepolcro (Arezzo), e altri cittadini, chiedono la revisione degli accordi vigenti con Paesi stranieri e alla NATO, al fine di evacuare dal territorio italiano tutti gli ordigni nucleari presenti in basi militari e di impedire l’attracco e lo stazionamento a navi e sommergibili a propulsione nucleare”

Assegnata il 27 luglio 2011 alla commissione: III

Sansepolcro, lì 1° luglio 2011

Firmatari;

Maurizio Canosci (primo firmatario)
Stelvio Dal Piaz
Gianni Rebaudengo
Pina Cardia
Luciano Sonego
Valeriano Androni
ed altri…………

 

COMITATO PER LA DENUCLEARIZZAZIONE DEL TERRITORIO NAZIONALE

Co.De.Te.Na.

 PETIZIONE AI SENSI DELL’ARTICOLO 50 DELLA COSTITUZIONE DELLA

REPUBBLICA ITALIANA

Al Presidente del Senato della Repubblica

Palazzo Madama
0100 ROMA
al Presidente della Camera dei Deputati
Palazzo Monte Citorio

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Riflessione di Anna Maria Campogrande

Una riflessione di Anna Maria Campogrande, Presidente di Athena, associazione per la difesa e la promozione delle lingue europee, a seguito di una serie di articoli pubblicati dal «Club della Libertà » sugli attacchi all’Italia e delle dichiarazioni dell’On. Raffaele Baldassarre, Membro del Parlamento Europeo, sulla questione del Brevetto Europeo.

Leggere prima sotto (articolo di Baldassarre) e poi, sopra (riflessione di Anna-Maria Campogrande).

De : Anna Maria Campogrande

Envoyé : mardi 19 juillet 2011 16:02
À : ‘Club della Libertà – Bruxelles’

Objet :
RE: Attacco all’Italia: tutti quelli che rovinano il nostro paese …

A mio parere, quelli che rovinano l’Italia sono tutti coloro, politici, giornalisti, funzionari dello Stato, responsabili della Pubblica Istruzione, di qualsiasi bordo politico che, ad opera degli occupanti, hanno subito il lavaggio del cervello ragion per cui non sanno più neanche immaginare un mondo senza l’inglese e non hanno la benché minima idea del ruolo che svolge la lingua in qualsiasi espressione dell’attività umana, prima fra tutte quella legata al pensiero, alla creatività, all’attività artistica e intellettuale nelle sue innumerevoli estrinsecazioni, non ultima quella che consiste a redigere testi normativi (vedere allegato).

L’Italia sta andando alla rovina, in tutti i sensi, perché ha accettato di adottare un modello economico e sociale in antitesi con i suoi valori e le sue specifiche, intrinseche, potenzialità e di promuovere, al dilà di ogni buon senso, una sola lingua, l’inglese, matrice e veicolo di questo modello, e una sola cultura quella del pensiero unico dominante. Questo modello culturale, economico e sociale, non calza con le realtà del nostro Paese, con le nostre naturali inclinazioni, con i nostri talenti, con le nostre tradizioni e con le nostre innate, autentiche, capacità anche e soprattutto quelle strettamente legate al territorio, alla sua posizione geografica, al suo patrimonio artistico e culturale, che sono tante e molteplici e che stiamo sperperando irresponsabilmente.

L’assurdo mito della crescita che non tiene conto del prezzo da far pagare ai cittadini più vulnerabili, le politiche di privatizzazione che sottraggono allo Stato prerogative e responsabilità istituzionali, l’arroganza dell’industria, delle multinazionali della produzione, delle élites mondiali dell’economia e della finanza e di coloro che rappresentano i loro interessi  mostrano molto chiaramente che la gestione dello Stato in Italia e in molti Paesi europei è sfuggito di mano a coloro che ci governano, senza alcuna distinzione tra destra e sinistra. Questa scelta fa sì che non è più il cittadino, l’essere umano, al centro dei programmi di Governo e dell’attività politica ma l’economia. Un’economia dominata dalla finanza, dalle speculazioni e dai giochi di potere che non dovrebbe avere spazio alcuno in Paesi di antica civiltà come l’Italia, la Grecia e gli altri Paesi d’Europa. Abbiamo smantellato e distrutto il nostro modello di formazione del cittadino che, con la Pubblica Istruzione, e indipendentemente dall’estrazione sociale, puntava alla formazione delle élites, intellettuali, politiche e amministrative, a partire dall’insieme dei cittadini in età scolastica, élites delle quali qualsiasi Paese al Mondo ha bisogno per esistere. Sotto la pressione di organizzazioni internazionali incompetenti a nostro riguardo, quanto a genio e identità, e orientate su un modello unico, abbiamo lasciato snaturare il nostro modello culturale, di educazione e di formazione, all’origine dell’immenso patrimonio artistico del nostro Paese, retaggio di millenni di convivenza su questo lembo di Terra benedetto da Dio che è l’Italia.  Con lo smantellamento e l’appiattimento della Pubblica Istruzione sul modello unico promosso dalle organizzazioni internazionali, oggi le scuole di élites sono solo per i figli dei ricchi. Abbiamo sacrificato il nostro modello sociale creando insicurezza e instabilità, inquinando l’humus nel quale affondano le radici della famiglia, abbiamo sbaragliato l’agricultura e l’artigianato, stiamo privatizzando tutto, stiamo trasformando tutti i nostri spazi in luoghi dove il materialismo regna sovrano, un Mondo invivibile.

L’Italia e l’Europa sono in uno stato di urgenza, quello di ricollocare al centro delle loro attività di governo il cittadino, i suoi valori, i suoi ideali, le sue necessità, il suo sviluppo armonioso sul piano umano, intellettuale e spirituale. L’Italia, in particolare, deve tagliare i ponti con i colonizzatori del pianeta e con certe organizzazioni internazionali che, sebbene nate con nobili obiettivi, si sono trasformate in pericolosi marchingegni.  L’Italia deve usare un’estrema prudenza e una grande oculatezza nell’accettare di partecipare alle costosissime  (in termini economici ed umani) “missioni di pace”, l’Italia deve tornare a dei sistemi economici rigorosamente controllabili, dal volto umano, al servizio dello Stato e del cittadino.

In particolare per quanto concerne le cosiddette “missioni di pace”, che squilibrano i bilanci dello Stato e rubano il pane alle famiglie e ai cittadini più vulnerabili, va detto e affermato con forza che la democrazia non può essere esportata con le bombe, i carri armati e le straggi di civili, la democrazia deve essere conquistata, a furor di popolo, in prima persona e sotto la loro esclusiva responsabilità, da coloro che ne sono i destinatari, in caso contrario, la sua messa in opera è un’impostura e non fa che creare Stati fantocci al servizio dei colonizzatori.

I cittadini italiani sono stufi di essere presi per degli stupidi e degli incompetenti. L’Italia ha e bisogno di una nuova e diversa classe politica, una classe politica non asservita allo straniero, alle sue scelte e ai suoi interessi, che prenda le distanze dalla cosiddetta “Comunità internazionale” e si occupi in priorità dei valori, delle risorse e degli interessi del nostro Paese e del popolo sovrano.

L’Italia ha bisogno di un nuovo Risorgimento.

Anna Maria Campogrande

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Brevetto Ue, non di facile soluzione per l’Italia, ma per Raffaele Baldassare (PDL-PPE):

“Serve un brevetto che parli inglese e capisca le PMI”

Dopo l’avvio di una cooperazione rafforzata tra 25 Stati membri e il ricorso alla Corte di Giustizia da parte di Italia e Spagna, il dossier ‘brevetto unico’ approda al Parlamento europeo. La seconda camera politica dell’Ue ha cominciato l’iter legislativo il  21 giugno scorso – e lo proseguirà in settembre – con una prima discussione in commissione giuridica. Il pacchetto ‘brevetti’ comprende due proposte: una sulla protezione brevettuale unitaria e un’altra concernente le lingue di procedura. A seguito del parere negativo della Corte UE, la Commissione sta ancora lavorando su una soluzione alternativa per la creazione di un sistema unico per la risoluzione dei contenziosi.

“Sebbene la proposta attuale si basi sul trilinguismo (che l’Italia in ogni caso non può e non deve accettare), occorre orientarsi verso un sistema monolingua, basato sulla lingua inglese”. Questa l’opinione dell”On Raffaele Baldassarre, relatore della proposta di Regolamento sul regime linguistico per il Parlamento europeo. “Oltre a motivi legati alla riduzione dei costi e a una più facile tutela dei brevetti al di fuori del territorio dell’Unione, l’inglese è de facto la lingua che domina le relazioni commerciali internazionali e le attività di ricerca e sviluppo”.

“Oltre alla questione linguistica, è necessario facilitare l’accesso al mercato brevettuale da parte delle piccole e medie imprese”. Secondo Baldassarre, infatti, nonostante alcuni progressi, le PMI europee continuano a soffrire di una produttività inferiore rispetto alle loro omologhe negli USA e in altre economie emergenti. “In questa situazione, le PMI affrontano gravi carenze di mercato in settori chiave come il credito, la ricerca e l’innovazione”.  “Per favorire l’accesso delle ‘piccole’ al mercato dei brevetti saranno necessarie modifiche sostanziali alle proposte in discussione”, ha spiegato l’Onorevole salentino, “in particolare per quanto concerne i costi e le agevolazioni finanziarie”.

“Rispetto, infine, la decisione del Governo di ricorrere alla Corte Ue”, ha continuato Baldassarre. “Ciononostante, come dichiarato dal direttore generale di Confindustria Galli, una mancata partecipazione dell’Italia ai negoziati sul brevetto può comportare seri rischi per le nostre imprese e per l’intero sistema produttivo”. “In caso di mancata adesione alla cooperazione rafforzata, il governo in sede di Consiglio non avrà diritto di voto durante l’iter legislativo” ha precisato Baldassarre. “Se a ciò aggiungiamo che il Parlamento è solo ‘consultato’ sulla proposta concernente le lingue procedurali, il peso negoziale del nostro Paese sull’intero pacchetto legislativo rischia di essere pressoché nullo”. “A prescindere da ciò, ritengo che la promozione della lingua italiana debba essere svolta in altre sedi”, ha concluso l’eurodeputato PdL. “I dati d’altronde parlano chiaro: il novanta percento dei brevetti depositati da imprese italiane è già in lingua inglese!”

De : Club della Libertà – Bruxelles [mailto:cdl.bruxelles@telenet.be]
Envoyé : mardi 12 juillet 2011 0:34
À : Lista di diffusione del Club della Libertà di Bruxelles
Objet : Attacco all’Italia: tutti quelli che rovinano il nostro paese …

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OPPOSIZIONE: è tempo di Fronte Comune

di Ugo Gaudenzi, direttore di “Rinascita: quotidiano di sinistra nazionale”

Abbiamo un sogno. Quello di un fronte comune di tutti gli uomini liberi – con tutti i loro eguali, con tutte le associazioni, le pubblicazioni, i gruppi di contatto virtuali o territoriali – che abbiano, quale minimo comun denominatore, la volontà di riscatto del nostro popolo contro il capitalismo e l’usura internazionale e contro i suoi strumenti di dominio globale. Che poi questo fronte comune sia nazionale italiano, quindi nazionale europeo, quindi alleato di ogni forza che nei quattro angoli del mondo dia battaglia allo stesso nemico del genere umano, è naturale e consequente.

E’ un sogno. Lo coltiviamo da decenni. Sempre abbracciato, frustrato, interrotto, tentato, sospeso, desiderato.Ma c’è un valido motivo per riproporlo oggi, in questi ore, in queste settimane. Ogni giorno qui, sul nostro osservatorio, riceviamo, consultiamo, identifichiamo, centinaia e centinaia di sussulti di dignità. Con mille iniziative, convegni, proclami e appelli, ma atomizzati, polverizzati, censurati dai grandi mezzi di “informazione”. Una informazione corrotta e vomitevole elargita a pieno schermo da una borghesia suddita dei banchieri e dei loro valletti politici, di “destra” e di “sinistra”, ma tutti “liberaldemocratici”: così si definiscono.

Iniziative, purtroppo, confinate in piccole chiese di fedeli o costrette a ripiegare su sé stesse da errori nel metodo usato nel vararle. Non stiamo offendendo nessuno. Non è un caso che anche noi, più volte, si sia finiti in queste gabbie.
Di certo, però, stiamo assistendo al soffio di un vento sotterraneo potenzialmente capace di riaprire spazi per una libertà per decenni negata.
Attenzione: non intendiamo affatto, su queste colonne, restare sul generico. Per una volta tralasciamo riferimenti alla politica internazionale in panne e a quella nazionale che lo è pure. Guardiamo a cosa si muove oltre il Paese “legale”. Con una serie di interrogativi retorici.

Come mai esiste un “comune sentire politico” tra, mettiamo, noi e i variegati comunisti di Ferrando, Rizzo o Rossi e tra questi e i forzanovisti di Fiore? E accanto a loro – l’equazione è lunga ma palpabile – tra il “gruppo dei settanta” varato da Mariantoni e i variegati inviti ad iniziative e convegni ex tricolori o frontisti o antagonisti o integralisti di Bevilacqua, Venditti, Marconi, Di Luja, Canosci, Minnella, De Martino, De Propris? E, ancora, tra tutti i promotori di azioni anti-usura e antisignoraggio, da Marra a Frigiola, a Scilipoti, a Barnard e decine e decine di altri; o tra tutti i promotori di associazioni per la libertà di pensiero o per la dignità umana, da Caracciolo a Viola, o a Moffa? E perché fioriscono dappertutto discussioni e rievocazioni della politica “altra”, antimondialista, comunitaria e olistica? O sulla “geopolitica eurasiatica”? (Ora scusateci se ci fermiamo nelle indicazioni: chi non è stato citato non se ne abbia a male, però… Non è esattamente lo spirito di questo intervento: se qualcuno – indicati ovviamente inclusi – pensa a improbabili “disconosciute primogeniture”, è meglio si faccia da canto…) La risposta agli interrogativi retorici proposti è ovviamente insita nella domanda.
Però occorre fare un passo avanti. Con umiltà.

I citati – gruppi o individui o movimenti – e i non citati, debbono liberarsi dalle pastoie del passato. Hanno bisogno di relegare – come in qualche modo ha fatto “Rinascita” in tutti questi anni – nella “memoria” o nella “storia”, il proprio sentire metapolitico. Tutti dobbiamo guardare a oggi e in avanti. Nuove idee, nuove sintesi, si conformino all’azione, alla battaglia. Le “chiese” si sciolgano e si faccia “fronte comune”…

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Video-intervento di Roberto Sestito, dal Brasile

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Reazioni scomposte – Savino Frigiola

di Savino Frigiola – 13 luglio 2011

 Con sorpresa di fronte ai primi effetti della crisi economica (crollo dei titoli di stato e bancari), nonostante fosse stata abbondantemente descritta e preannunciata, si stanno registrando le reazioni più scomposte e disparate. Si notano le febbrili iniziative da parte degli agenti incaricati alla difesa dell’attuale apparato economico-politico (Hires docet), ma anche le reazioni dei soggetti che pur dichiarandosi contrari a questo sistema, ma poco attrezzati sull’argomento economico-monetario, restano interdetti e disorientati dalle fantasiose proposte che strumentalmente vengono fatte circolare, ad arte, proprio per creare confusione,  a difesa del sistema politico-monetario che si sente sempre più posto sotto accusa.

Per poter approntare gli opportuni rimedi è necessario individuare con precisione le cause che generano il bubbone economico, con il disporre congiuntamente dell’onestà intellettuale per recepirle.

L’attuale crisi è dovuta al declassamento dei Titoli di Stato del debito pubblico mediante la vecchia, nota ed usurata equazione, semplice ma estremamente diabolica, che si sviluppa per passaggi successivi:

1)  Lo Stato per propri bisogni e per monetizzare il mercato, emette propri titoli di debito che vengono scontati (comprati) dalle banche ordinarie e da quelle d’emissione.

2)  I titoli sono quotati in borsa e vengono classificati dalle società di rating, di proprietà delle banche, ad uso e consumo delle banche medesime.

3)  Quando queste intendono alzare i tassi fanno agire le società di rating che declassano il valore dei titoli cosicché gli Stati sono costretti a rinnovarli accettando condizioni capestro a tassi sempre più elevati.

Come quando si mangia  il carciofo, una foglia alla volta, l’onorata cupola bancaria, utilizzando sempre la solita equazione, si pappa uno Stato per volta, come abbiamo sempre detto, scritto e denunciato.

A beneficio degli increduli e dei duri di cervice ripetiamo ancora una volta l’elenco degli Stati già sottoposti a questo trattamento: Argentina, Irlanda, Islanda, Grecia, che rappresentano pratiche già chiuse, attualmente sono sotto cura Portogallo, Spagna e Belgio, ed ora hanno cominciato con noi.

Risulta facilmente comprensibile per tutti, almeno si spera, quale possa essere l’unica terapia possibile per sottrarsi ad un simile devastante e progressivo strangolamento. Al di la di tutte le chiacchiere, delle paure, dei profeti di sventura, degli sproloqui degli economisti a carico del sistema e dei cervellotici ed interessati suggerimenti, delle proposte alternative che finiscono per mantenere inalterati gli attuali meccanismi, non resta altra soluzione che lo Stato, forte della sua centennale positiva esperienza, dal 1874 al 1975, ritorni a battere moneta in prima persona in nome e per conto dei cittadini italiani.

Se i titoli di debito dello Stato valgono al punto di essere scontati dal sistema bancario, debbono valere anche i titoli monetari emessi dallo stesso Stato. Disponiamo già della cultura e delle strutture necessarie, ivi compreso l’Istituto Poligrafico dello Stato. Il Ministero del Tesoro e dell’Economia è perfettamente in grado di gestire questa operazione foriera di una nutrita serie di positive sinergie. Cessa il patema e si elimina il ricatto bancario ogni volta che si debbono rinnovare i titoli in scadenza, cessa l’incremento del debito che attualmente si realizza con l’emissione monetaria a danno  di tutti i cittadini e dell’intero sistema produttivo, si dispone della liquidità necessaria per rilanciare l’asfittica economia con la contestuale riduzione della disoccupazione, specialmente in campo giovanile.

La ricetta è semplice, felicemente collaudata in un lunghissimo periodo, con Governi di diverso colore incaricati sia dai Re che dai Presidenti della Repubblica. Risulta di facile comprensione e di facile realizzazione. (un piccolo strappo al trattato di Maastricht, come altri Stati hanno effettuato prima di noi). Proprio per questo motivo è opportuno che i sostenitori di queste posizioni dedichino decisamente il loro tempo, le loro energie ed il loro sapere ad incrementare e compattare l’organizzazione in grado di coordinare l’azione di tutti.

L’Islanda ha dimostrato che è possibile cambiare ed attuare e realizzare ciò che culturalmente e giuridicamente, Auriti docet, abbiamo da tempo appreso.

Savino Frigiola

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Proclama alla Nazione: il perchè di un successo

 

di Alberto B. Mariantoni

 

Il successo che sta ottenendo in Italia, ed in certi casi pure all’estero, l’iniziativa del “Forum dei 70” (Roma, 28 Maggio 2011) – a sua volta, scaturita dal “Proclama alla Nazione” (https://proclamaitalia.files.wordpress.com/2011/03/proclama.pdfhttps://proclamaitalia.wordpress.com/) che presi la libertà di lanciare nell’Aprile scorso – non è più un segreto per nessuno.

Dopo il primo incontro di Roma, infatti, le adesioni politicamente eterogenee e trasversali, qualificate e significative, spontanee ed entusiaste, hanno continuato a moltiplicarsi, in maniera molecolare ed esponenziale. Al punto tale che, già nei giorni successivi, diversi partecipanti al Forum hanno annunciato l’organizzazione, a partire dal mese di Settembre prossimo, di una serie di riunioni regionali del medesimo “Movimento d’opinione”, ad esempio, in Lombardia, Veneto, Campania, Puglia, Sicilia, etc.

Insomma, ciò che ancora qualche settimana fa sembrava un progetto impossibile, sta diventando una tangibile realtà. E quella realtà, senza per questo doversi necessariamente lasciare prendere da facili entusiasmi o da premature ed avventate velleità, sembra ugualmente annunciare una spontanea e generalizzata rivincita della società civile italiana e la (ri)nascita, nel contesto della nostra Nazione, di una nuova e dinamica concezione aggregativa (da Polis, e non da Factio) che potrebbe senz’altro sfociare in una forte ed imparabile alternativa alla statica e sclerotica situazione del nostro Sistema politico ed istituzionale. Un sistema che, come sappiamo – nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e dal deliberato, scellerato ed umiliante asservimento a potenze straniere – non sembra più essere in grado – con le sue continue e costanti menzogne, i suoi quotidiani e puerili “arrampicamenti sugli specchi” ed il suo ingannevole e patetico “gioco delle parti” parlamentare – di continuare impunemente a gabbare la buona fede della popolazione, né forviare l’attenzione dei cittadini (sia per poterli sistematicamente distogliere dalle reali problematiche del Paese che per poterne manipolare le coscienze, le energie ed i consensi), né di seguitare ulteriormente a dissimulare la sua inconfessabile ed anacronistica subordinazione a potenze terze che, tradotta in termini pratici, concorre largamente, il più delle volte, a fare letteralmente svanire nel nulla, ogni benché minima attesa o speranza di equità, di armonia e di progresso della nostra società.

Va da sé, dunque, che molti dei nostri compatrioti, consapevoli del deplorevole ed avvilente stato in cui è stata ridotta la nostra Patria, tentino in qualche modo di reagire e di trovare una qualunque via d’uscita dal putrido ed impastoiante pantano nel quale sono impaludate le nostre Istituzioni.

Inutile nascondercelo… Buona parte degli Italiani, incomincia davvero ad averne le scatole piene di farsi costantemente prendere per i fondelli da una classe politica (destra, sinistra, centro, centro-destra, centro sinistra, non fa nessuna differenza!) che nella realtà di tutti i giorni – non soltanto, non decide e non comanda nulla, ma essendo volontariamente e celatamente asservita, da 66 anni, su basi bipartisan, ai voleri di Washington – fa del tutto, per frazionare e scomporre ancora di più il paesaggio politico del nostro Paese, nella speranza di potere immutabilmente continuare a trarre consistenti prebende e speciali privilegi (nonché, a riempirsi le tasche, con i suoi rispettivi e confidenziali “comitati d’affari”…), dalla studiata lottizzazione del potere (per conto terzi) e dall’interessata e funzionale atomizzazione della nostra società, alla faccia del solito “popolo bue” che fino ad oggi, nella speranza di potere vedere un qualunque cambiamento, ha invano continuato, nel tempo, ad eleggerla ed a tenerla artificialmente in vita.

In altre parole, di fronte alle future e prevedibili (oltre che attuali) catastrofi economiche e sociali che si annunciano, porzioni sempre più vaste dell’opinione pubblica italiana – ed ugualmente europea (vedi Grecia e Spagna…) – si stanno ogni giorno di più accorgendo (meglio tardi che mai…) che la non soluzione dei principali problemi che travagliano ed affliggono le nostre società, non dipende affatto dal “colore” o dalla “tendenza” dei Governi che continuano a succedersi formalmente alla direzione dei nostri Paesi, ma dalla loro invariabile e persistente mancanza di una reale indipendenza e di un’effettiva e tangibile sovranità. Prerogative che questi ultimi, dal 1945 ad oggi, hanno forzatamente o spontaneamente abbandonato, ad esclusivo e riservato beneficio della potenza coloniale statunitense che, a sua volta, da perfetto e proverbiale Stato mercantilista, tende unicamente a salvaguardare o a privilegiare gli interessi del sistema bancario mondiale e della finanza internazionale e cosmopolita.

Non dimentichiamo, infatti, che l’Italia – sulla base degli allegati segreti del testo della Capitolazione senza condizioni del nostro Paese che venne accettata dai responsabili della Monarchia sabauda (Cassibile, 3 Settembre 1943) e di quelli del testo del diktat imposto alla nostra Nazione (o Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze Alleate ed Associate) a Parigi, il 10 Febbraio 1947 – continua semplicemente ad essere una Colonia statunitense.

Altri Accordi – ad esempio, quelli contenuti nelle clausole segrete del Trattato NATO (North Atlantic Council o Nac) firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949; in quelle dell’Accordo USA-Italia del 20 Ottobre 1954; in quelle del Memorandum d’intesa USA-Italia (o Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995; ed in quelle del Trattato Stone Ax (ascia di pietra), rinnovato nel 2001 – regolano addirittura l’insediamento e la permanenza sine die di più di 100 basi e/o installazioni logistiche e militari Usa/Nato[1]che sono stabilmente stanziate sul nostro territorio nazionale.

Il tutto, in completa e flagrante violazione (ma nessuno ne parla mai!) degli articoli 80 ed 87 della nostra Costituzione che prevedono la ratifica obbligatoria e congiunta, da parte del Parlamento e del Presidente della Repubblica, di qualsiasi accordo internazionale

Chi comanda, dunque, in Italia?

Come ognuno potrà agevolmente verificarlo, i responsabili ufficiali (ma in realtà, fittizi…) del nostro Stato e dei nostri Governi – che solitamente non trovano i 50 euro per potere aumentare lo stipendio dei Carabinieri o dei Poliziotti (che, a rischio della loro vita, proteggono loro quotidianamente le chiappe!); che non sono in condizione di dare lavoro o una qualsiasi certezza d’avvenire al 40% dei giovani che escono dalle nostre scuole e dalle nostre università; che riducono drasticamente i finanziamenti alla ricerca scientifica (che rappresenta l’avvenire di qualunque società); che tagliano indiscriminatamente le sovvenzioni ai Servizi pubblici ed agli Enti locali; che se ne infischiano altamente del mondo dell’Arte e dello Spettacolo, nonché della sorte di intere legioni di lavoratori precari; che continuano criminalmente a “nascondere sotto il tappeto” gli annosi e tuttora irrisolti problemi del nostro Mezzogiorno; e che, per giunta, cercano infidamente in tutti i modi di convincerci (per evitare di dovere pagare i vitalizi, nei tempi prestabiliti, a chi ha comunque versato, di tasca propria, i suoi contributi!) che è giusto posticipare maggiormente, magari a 67 o 70 anni (dai 20 anni di versamenti che era, in epoca fascista, per la pensione minima, e 40, per la massima), l’età dell’eventuale pensionamento, visto il cosiddetto “allungamento” della vita media dei cittadini (sic!) – riescono comunque a trovare, ogni volta, miliardi e miliardi di euro, sia per salvare le banche dai loro sistemici e reiterati fallimenti che per finanziare, a profusione ed a fondo perduto, le nostre cosiddette “missioni militari all’estero” che altro non sono, in realtà, che l’ineluttabile ed obbligatorio “contributo” della Colonia Italia, alle guerre (per la “pace”…) statunitensi nel mondo. Questo, ovviamente, “socializzando”, a discapito delle fasce più deboli della nostra popolazione, le spese o i debiti dello Stato (l’unica prerogativa che resta al nostro Stato, è soltanto quella del suo Debito sovrano!) e  spremendo a più non posso le tasche già esaurite dell’uomo della strada, fino all’inverosimile.

Altro motivo del successo che sta riscontrando la nostra iniziativa, è dovuto ugualmente al fatto che la gente sta incominciando a capire che non sono le idee (di destra, di sinistra, di centro, di centro-destra o di centro sinistra, di estrema-destra o di estrema-sinistra) che impediscono un ordinario e coerente svolgimento della vita pubblica del nostro Paese, ma essenzialmente i partiti che, nominalmente (e, quasi sempre, sommariamente o abusivamente), pretendono rappresentarle: vale a dire, quelle organizzazioni oligarchiche, ufficialmente antagoniste ed a compartimenti stagni (ma, in realtà, complici e solidali le une con le altre) che – formate da personaggi che hanno trasformato la politica in un vero e proprio mestiere, per non essere costretti a dover lavorare – tendono invariabilmente a sfruttare i rispettivi supporti popolari, per meglio imbrogliare l’opinione pubblica e potersi tranquillamente spartire, da dietro le quinte ed alla maniera dei “ladri di Pisa”, la parte di bottino a loro spettante, a seguito delle quotidiane vessazioni e depredazioni che effettuano per conto terzi o lasciano liberamente e colpevolmente effettuare a discapito della nostra società.

Altro motivo ancora che sembra facilitare il successo della nostra iniziativa, è l’attuale consapevolezza, da parte di certe élites della nostra società, che la “fazione”, qualunque essa sia o possa essere (anche la più affine, numerosa, strutturata e disciplinata), non può mai essere in grado – salvo con la violenza, la prevaricazione o il sopruso – di rappresentare o di surrogare la Nazione. E che è con l’intelligenza, la capacità e la competenza delle risorse umane di una medesima società – anche se di diversa estrazione ideologica o “colore” politico, ma con la comune ed indispensabile determinazione di perseguire il medesimo obiettivo, nell’interesse della collettività – che si possono facilmente trovare le soluzioni (anche le più impensabili!) ai problemi che assillano quotidianamente le nostre società. E’ insieme, infatti, che si costruiscono le Piramidi. E non nel contesto di un’assurda, autolesionista, autodistruttiva ed hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” (bellum omnium contra omnes)!

Questo, insomma, è il principale messaggio che la maggior parte degli aderenti al “Proclama” ha ritenuto in cuor suo.

Se riflettiamo un attimo, ci accorgiamo, infatti, che – nello stato di sudditanza in cui versa l’Italia – l’insieme delle nostre battaglie (anche giustissime o sacrosante) che fino ad oggi abbiamo accanitamente ed in buona fede combattuto, sono state e sono praticamente inutili. Inutili e vane, poiché ci siamo inconsapevolmente o stoltamente accontentati di svolgerle all’interno di una “gabbia”: quella che, da 66, ci hanno riservato i nostri cosiddetti “liberatori”.

Che vogliamo fare? Continuare, come per il passato, a scontrarci tra Italiani, lasciando al secondino statunitense di turno – che se la ride sotto i baffi, fuori dalla “gabbia” – la gioia di contare i morti, feriti ed i contusi, sul suo pallottoliere? Oppure, tutti assieme, coscienti della nostra prigionia collettiva, e qualunque siano le nostre differenze politiche o partitiche, proviamo collettivamente a liberarci dalle vergognose, mortificanti e soffocanti catene che ci tengono asserviti ed impotenti, sulla nostra propria terra?

La risposta, a me, sembra ovvia.

Fino a quando, infatti, non avremo il coraggio, tutti assieme (destra, sinistra, centro, centro-destra, centro-sinistra, estrema destra, estrema sinistra; oppure, se preferite: fascisti, comunisti, fascio-comunisti, liberali, socialisti, socialisti-nazionali, nazionalisti, repubblicani, anarchici, insorgenti, leghisti, nordisti, sudisti, apolitici, etc.), di deporre momentaneamente al guardaroba le nostre particolari preferenze politiche o le nostre “fisse” ideologiche e di esigere la nostra collettiva e completa liberazione dalla “gabbia” che ci relega e ci opprime in casa nostra, tutti i nostri aneliti individuali resteranno soltanto delle semplici ed infeconde *seghe mentali”, senza nessun avvenire.

E se alla fine di quel doveroso ed indispensabile percorso, ci saranno ancora da “regolare dei conti” tra Italiani, avremo comunque la gioia e la soddisfazione di poterlo liberamente fare all’aria aperta. Magari, nel bel mezzo di un bellissimo e profumato prato fiorito. Su una terra che, liberata infine dall’annosa ed umiliante occupazione statunitense, sarà di nuovo la NOSTRA TERRA, la Nostra Patria, la Terra dei Patres!

 


[1]           Vedere, in proposito, il mio Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum”, Basi USA in Europa e Vicino Oriente, Eurasia, rivista di studi geopolitici, numero 3, Ottobre-Dicembre 2005, pp. 81-94. Ugualmente visionabile, sui siti: http://www.juragentium.unifi.it/topics/wlgo/it/marianto.htmhttp://www.kelebekler.com/occ/busa.htm . E successiva messa a punto della medesima ricerca, per quanto riguarda l’Italia, sul sito web del Coordinamento Progetto Eurasia (CPE): http://www.cpeurasia.eu/305/basi-americane-in-italia-una-messa-a-punto Vedere ugualmente, per quanto riguarda le sole basi Usa in Italia, il seguente documento: Department of Defense – Base structure report fiscal year 2007 baseline (che, tra grandi e piccole, ne contempla ben 84!), consultabile facilmente on-line, a questo indirizzo Web: http://www.defenselink.mil/pubs/BSR_2007_Baseline.pdf


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SECONDA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70″ DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 3

Mariantoni – un piccolo intervento:

Intervento di Mario Gallo:

Intervento di Giuseppe Convertini:

Intervento di Annalisa D’Agostino:

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SECONDA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70″ DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 2

Intervento di Umberto Bianchi:

 

Intervento di Dea Bucilli:

 

Intervento di Edoardo V. Melaragna

 

Seguiranno altri filmati nella pagina 3.

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SECONDA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70″ DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 1

Mariantoni – saluti a due assenti giustificati (Roberto Sestito e Filippo Pilato):

Secondo intervento di Antonio Caracciolo:

Intervento di Claudio Guzzo:

Seguiranno altri filmati nella pagina 2.

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Sul “Forum dei 70″… di Giuseppe Convertini

Roma 28 maggio 2011,ore 10:00

Un assemblea… Una sala di un hotel. Dei tavoli disposti a “ferro di cavallo”. Nessuno al disopra dell’altro. Uomini e donne di diversa e variegata estrazione politica e sociale. Ordine del giorno: la costruzione di un movimento d’opinione che abbia come colonna portante la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare, per l’Italia, l’Europa e l’insieme degli altri Popoli-Nazione del mondo.

Tutto è iniziato da un’iniziativa del prof. Alberto Mariantoni: un “Proclama alla Nazione”. Un appello lanciato nel mese di Marzo scorso, agli uomini liberi di questa nostra Nazione. Gli unici che, amio giudizio, siano in grado di imprimere una svolta politica e morale alla triste condizione in cui versa l’Italia da 66 anni. In modo particolare, per cercare di portare il nostro Paese fuori dalla sua subordinata ed umiliante condizione di schiavo militare, politico, economico, culturale e monetario di Stati che fanno capo alla Cupola capitalista, globalista e finanziaria internazionale e cosmopolita.

Come sottolinea Mariantoni, è inutile, infatti, per qualsiasi nostro governo, cercare soluzioni di qualsiasi tipo, in un contesto, come l’attuale, che ci vede comunque costretti ad accettare, volenti o nolenti, forme di “collaborazione” internazionale che, come minimo, sono estremamente dannose e pregiudizievoli per l’Italia. Ragione per cui, è prioritariamente indispensabile, prima di ogni altra azione politica, economica o sociale, svincolarsi da quelle catene (segrete) che ci vedono sempre e comunque sottomessi, senza mai avere nessuna voce in capitolo!

A Roma, il 28 di Maggio scorso, 71 persone si sono dato appuntamento ed hanno iniziato a discutere, per cercare di trovare delle soluzione ai suddetti problemi.

Tutto, in quell’occasione, era stato organizzato alla perfezione. Orari mantenuti, scrupolosamente. Ordine, cordialità e determinazione si respirava dappertutto. L’organizzazione era perfetta. Ma anche i presenti non erano da meno: pacati, educati, precisi, composti, affabili, possibilisti.

Una volta iniziati i vari interventi, sono venuto a conoscenza di un crescendo di proposte e di richieste.

Mi sono inaspettatamente trovato di fronte ad un evento di grande importanza e portata. Uomini di diversa estrazione sociale e di  differente appartenenza politica che cercavano civilmente di fare il discutere – non per riempirsi la bocca di propositi auto-referenziali né per auto-glorificarsi, né per fare emergere le proprie ed esclusive convinzioni ideologiche, ma semplicemente – per tentare spassionatamente di fornire il proprio contributo umano e politico nella costruzione di qualcosa di diverso da ciò che abbiamo fino ad oggi avuto la noia di osservare e che, senza falsa modestia, posso senz’altro definire qualcosa di grande.

Lascio immaginare, l’atmosfera. Tutto era interessante, elettrizzante, piacevole.

All’improvviso, insomma, mi sono ritrovato catapultato in un contesto diverso, rispetto alla realtà vissuta fino al giorno prima.

Nel corso del Forum, non un solo accenno, da parte dei presenti, a continuare un percorso politico fatto di puerili e vane contrapposizioni ideologiche. Per prima volta, nella mia vita, non ho sentito parlare di destra, né di sinistra, né di centro, tanto meno di partiti di governo, né di quelli dell’opposizione. Al contrario, ho potuto constatare una sola ed unanime volontà: quella dell’impellente ed improrogabile necessità di riuscire a tirare fuori, ed nel più breve tempo possibile, l’Italia dalla sua attuale ed assurda condizione.

In altre parole, nessuno dei presenti attaccava nessuno. Nessuno che scaricasse colpe su nessuno. Soltanto, idee, proposte, suggerimenti, esortazioni.

Era bello vedere i rappresentanti della nostra società civile marciare all’unisono verso il medesimo obiettivo. Un senso nuovo, un senso fatto di comprensione e di partecipazione, come se ognuno di noi appartenesse alla medesima famiglia e sentisse su di sé la responsabilità di qualcosa di enorme e di insopprimibile: l’amor patrio. Insomma, era il senso del dovere che ci stava chiamando. Era l’Italia che è in ognuno di noi che reclamava e reclama la sua libertà.

Noi presnti siamo stati ben lieti di mettere da parte le nostre particolari visioni ideologiche e partitiche, per abbracciarne una più grande ed esaltante: quella della Patria comune.

Credetemi: è stato qualcosa che ho visto poche volte nel corso della mia esistenza. In ogni caso, mai in quei modi ed in quei termini. Modi e termini di grandezza spirituale e numerica, Uomini e donne che offrivano liberamente il loro contributo intellettuale, figlio di mille esperienze umane e politiche, in un unico senso, verso un’identica direzione. Ognuno portando il suo personale mattone per la costruzione di un grande edificio. Forse il paragone con un edificio non è adatto, in quanto sto parlando di mattoni che, alla fine, si assomigliano, mentre bisognerebbe piuttosto parlare di esseri umani, gli uni diversi dagli altri, e che grazie alla loro diversità sono in condizione di creare una dinamica naturale che destinata a guardare lontano.

Ogni esperienza, politica ed umana, è stata messa, a Roma, a disposizione della costruzione di un qualcosa che va ben oltre l’ombelico politico di ognuno. Per cercare di descrivere quella riunione, potrei dire che era qualcosa che, pregiudizialmente, non appartiene né alla destra, né alla sinistra. Non era semplice reazione, né soltanto rivoluzione, ma tutto allo stesso tempo!

Per la prima volta, inoltre, c’è stato il superamento della divisione tra italiani, fascisti ed antifascisti. Nessuno ha storto il naso o avuto da recriminare qualcosa a proposito della partecipazione, alla comune assemblea, degli uni e degli altri.

Credo abbia prevalso il buonsenso. Siamo ormai di fronte alla necessità.

Il altre parole, per causa di forza maggiore, ci siamo resi conto che era ed è indispensabile collaborare tutti assiem, per riuscire a ridare un senso logico e costruttivo alla politica. Una politica fatta direttamente con il contributo di chiunque si senta o si reputi un uomo libero. Uomini liberi da vincoli di appartenenza ideologica, liberi da veti costrittivi, coercitivi, limitativi e vincolanti. In una frase: abbiamo tutti sentito il bisogno di sentirci uniti, uniti come italiani!

Tra tutte le parole dette, alcune mi hanno lasciato il segno: “(…) dobbiamo operare per cercare di costruire una nuova classe dirigente che sia in grado di elevarsi dalla polvere, dopo la caduta dell’attuale sistema”.

Non penso onestamente di essere, io, in grado di far parte di una tale classe dirigente. Non credo di averne le basi. Sono sicuro, però, che molti, in quella sala, avevano le carte in regola e gli attributi giusti, per essere classe dirigente e molti altri si stanno già affiancando!

Penso che il nostro compito, oggi, non sia più quello di aspettare. Ma quello di iniziare, sin da subito, a costruire il futuro del nostro Paese.

Ritengo, pertanto, sia indispensabile che le nostre attività attuali, non si limitino alla semplice costruzione di tavole rotonde e di discussioni propositive. Per tentare di prevenire le catastrofi che si annunciano, è necessario, credo, passare immediatamente dalle parole ai fatti, con cosciente determinazione Anche perché la volontà da parte di tutti è stata evidentemente positiva in quel senso.

Penso altresì che bisognerebbe darsi da fare, per creare un minimo di struttura organizzativa che sia in grado di creare visibilità e consenso all’esterno dei nostri ranghi.

Abbiamo un numero di adesioni sufficiente, per poterci strutturare, in maniera tale che quanto dobbiamo ancora compiere, venga fatto in modo riconoscibile, a livello nazionale, per creare l’attenzione che merita.

A mio giudizio, infatti, bisognerebbe costituire un’associazione, un circolo, un movimento o quello che riterremo più opportuno. Non vincolante, ma che ci dia il senso di appartenenza, di partecipazione. Qualcosa che ci accomuni. Bisognerebbe ugualmente creare degli uffici stampa, dei collegamenti virtuali, dove ci si incontri e ci si confronti, per cercare di fare meglio. Bisognerebbe, infine, realizzare eventi in grado di provocare una visibilità mediatica e trovare i più efficaci canali di diffusione, capaci di far sentire la nostra voce, affinché quest’ultima possa giungere chiara e sicura, a tutta la popolazione.

Insomma, c’è ancora molto da fare. L’incontro del 28 Maggio 2011, a Roma, è stato soltanto l’inizio. Certo, un buon e positivo inizio. Ma dobbiamo continuare. E fare meglio e di più. Non vedo altra alternativa!

Giuseppe Convertini

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Guerra e politica italiana per conto terzi – di Pietro Sella

di Piero Sella (fonte: l’Uomo Libero, N. 71) – 03/05/2011
Se all’inizio della sua carriera politica Berlusconi poteva «pensare in grande», nutrire qualche speranza di incidere in modo significativo sui destini dell’Italia, all’inizio di questa legislatura ogni illusione doveva essere svanita.

Con la sua intelligenza d’imprenditore di successo, al premier non poteva essere sfuggito il tipo fangoso di terreno sul quale doveva camminare. Aveva avuto da quando era «sceso in campo» tutto il tempo per una valutazione realistica. Troppi gli ostacoli da superare: in primo luogo un enorme debito pubblico che impediva l’avvio di importanti lavori pubblici e di riforme sociali. E poi, via via, il dramma delle Regioni in mano alla criminalità organizzata, il disastro della corruzione e del clientelismo, l’impossibilità a causa degli egoismi settoriali di frenare la spesa corrente, l’evasione fiscale, gli appalti truccati, gli sprechi, le truffe agli enti previdenziali. E ancora l’impossibilità di far giungere in porto le grandi riforme istituzionali a causa dei gruppi, nazionali e internazionali, interessati a mantenere lo status quo. Se non rientra nella loro sfera di interesse, i poteri forti, le banche e i loro giornali, sono in grado di impedire all’opinione pubblica la ricezione di qualsiasi messaggio.

Si doveva insomma fare i conti con quanto la cupola democomunista era riuscita a capitalizzare in decenni di attività.
L’occupazione della scuola, delle università, dei tribunali, dei sindacati, e dell’apparato burocratico hanno prodotto come risultato Presidenti della Repubblica tutt’altro che imparziali, una Corte Costituzionale trincerata in un fortino inespugnabile contro il quale è inutile legiferare, un mondo culturale fazioso, intollerante e arrogante, egemonizzato nell’editoria, nello spettacolo e nelle televisioni (pubbliche e private) dai vetero-comunisti e dai globalizzatori di estrazione plutocratica e cattolica.
Eppure, nonostante questa zavorra, sorretto da un grande ottimismo, Berlusconi pensava di avere ancora in mano le carte per ritagliarsi lo spazio d’azione necessario ad affrancare l’Italia dal servaggio in cui dal dopoguerra era caduta.

Come evitare, intanto, di mettersi in rotta di collisione con avversari di stazza tanto maggiore? Come tacitarne la pericolosa suscettibilità? Agendo con gradualità, senza dare nell’occhio, restando allineati e coperti.

Esibiva innanzitutto, il premier, grande considerazione per il capofila. I suoi rapporti con i presidenti USA lasciavano sullo sfondo come sprovveduti provinciali gli altri colleghi europei, incapaci di cogliere al volo la pur elementare psicologia americana.
Si proclamava il migliore amico di Israele, di cui fingeva di non vedere la protervia razzista esercitata contro la popolazione araba.
Mostrava di prender per buoni gli sproloqui demoumanitari dell’Occidente, contribuiva anzi, con truppe italiane, agli sciagurati interventi nei Balcani e nel Vicino Oriente. Ingoiava con un sorriso la sudditanza alla NATO e l’ingombrante presenza in Italia delle basi americane. Cercava di mantenere rapporti corretti con l’Europa e la sua Banca Centrale, tenendo a freno i giusti attacchi di Tremonti alla speculazione finanziaria e agli istituti di credito.
Con tali premesse, pensava di essersi guadagnato il diritto a qualche licenza, per agire, negli spazi liberi, non regolamentati cioè da precedenti intese internazionali. Puntava insomma a legittime, realistiche e promettenti intese bilaterali.
Partner internazionali si erano resi disponibili per accordi commerciali di grande spessore, capaci di dar fiato economico ed energetico all’Italia e di aprire nuovi mercati alle nostre industrie.

Questo stretto varco di libertà poteva essere l’avvio di una nuova politica di liberazione nazionale e di piena Sovranità.
Ed ecco Berlusconi dare buona prova nell’intesa con la Russia di Putin. Diversificando le forniture di gas e petrolio, l’Italia si mette al riparo dalla Speculazione e dai ricatti delle Sette Sorelle, una lobby potentissima in grado non solo di sfruttare, ma addirittura determinare turbolenze e conflitti nello scacchiere mediorientale.
Ma è quello con la Libia l’accordo di più ampio respiro. L’Italia, primo partner commerciale di Tripoli, ottiene la fornitura del 32% del suo fabbisogno petrolifero annuo, pagandolo, in pratica, con il lavoro delle sue imprese sulla vicina sponda mediterranea. Eni e Finmeccanica lasciano al palo i concorrenti stranieri. Una collaborazione destinata a durare in quanto riguarda due economie vicine geograficamente e complementari. La Libia dava per di più garanzie di essere un Paese politicamente tranquillo. Sotto la guida del colonnello Muammar Gheddafi aveva avuto uno sviluppo stupefacente. Infrastrutture, acquedotti, porti, strade, scuole, ospedali, alberghi, l’hanno condotta in pochi decenni alla modernità. Le ricchezze del sottosuolo hanno anche elevato, e di molto, il livello di vita della popolazione.

Trattare con una nazione ricca, ordinata, poco popolata e che non ha contenziosi aperti con nessuno dei vicini era già molto. Ma nel pacchetto degli accordi con Tripoli era anche inserito il controllo dei flussi migratori dall’Africa nera; un problema per noi drammatico che, appena firmato l’accordo, cessa di assillarci.
Che l’Italia, per la disinvolta diplomazia del suo premier e per la sua fortunata posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, si fosse garantita l’autosufficienza energetica e quindi avesse compiuto un passo verso la fine della sovranità limitata era certamente sgradito all’Oligarchia atlantica e alla grande finanza cosmopolita che vi spadroneggia.

La reazione è immediata e radicale, e sfrutta i canali che ha a disposizione. Berlusconi è un personaggio scomodo, va rimosso.
Entrano in azione tutti quei centri di potere politici, finanziari, giornalistici, che hanno come punto di riferimento la cupola demoplutocratica e cioè, nell’attuale parlamento, i partiti della cosiddetta sinistra, sempre preoccupata di apparire affidabile a Washington, e i centristi di Casini.

Tutti si danno da fare per provocare la crisi, per far cadere Berlusconi. La coalizione golpista non ha però i numeri sufficienti. Si pesca allora direttamente nel partito del premier. Fini, coi suoi ripetuti viaggi a Gerusalemme e in America, aveva fatto ampiamente capire la propria disponibilità. È lui a organizzare la trentina di deputati necessari alla bisogna. Per il ribaltone dovrebbero bastare; non era il caso di spendere di più!
Ma quale fu il pretesto, il casus belli, agitato contro Berlusconi da Fini e dai suoi? Sfidiamo chiunque a trovare nel mare di chiacchiere che su questo argomento ci ha perseguitato fino al 29 settembre 2010, data in cui doveva essere votata la sfiducia al governo, un motivo tale da giustificare la scissione.
Nessuno scontro sul programma del governo né sulla sua attuazione. Ripetuti furono invece, da parte di Fini e del suo entourage i cenni di critica ai rapporti intessuti con la Russia e la Libia, chiaro anticipo (e impegnativa dichiarazione d’intenti indirizzata ai mandanti) di quella che sarebbe stata la politica del governo destinato a subentrare.
Ma l’assalto parlamentare delle opposizioni e dei transfughi di Fini fallisce per pochi voti.

Subentra allora, per spingere alle dimissioni il premier, la magi
stratura politicizzata che nei suoi arsenali ha sempre pronta la sorpresa, l’intercettazione giusta.
I processi in corso sono lenti e a rischio di prescrizione, ed ecco l’affare Ruby, cui la stampa liberalcapitalista e la TV forniscono l’adeguata risonanza.
Ma neppure l’attacco scandalistico piega Berlusconi. Il Cavaliere barcolla, ma resiste e reagisce.
A questo punto, nelle altissime sfere, si decide di troncare gli indugi e di spezzare, anche se sarà un po’ più complicato, l’anello libico della catena. È necessario far capire all’Italia – ma anche a chi fosse in futuro tentato di seguirne l’esempio – che nessuna libera uscita è consentita, nemmeno dalla porta di servizio.

In Cirenaica tutto è pronto.
Gli «insorti» entreranno in azione sulla scia delle pacifiche rivolte d’Egitto e Tunisia, ma in Libia è diverso, gli organizzatori, i servizi francesi, non hanno tempo da perdere; non si accontentano di gestire dietro le quinte farraginose proteste e, per dare una scossa, hanno portato con sé tutto il necessario: soldi, bandiere a centinaia e armi, con le quali i manifestanti sparano sulla polizia e assaltano caserme.
Ma la mossa vincente, è quella di creare nel paese il caos. Bande di insorti assaltano qua e là, nei loro alloggi, gli operai stranieri, li bastonano e tolgono loro soldi e telefono. In poche ore le attività estrattive sono interrotte; decine di migliaia di persone in fuga si riversano sull’unica strada costiera verso la Tunisia. Lì il loro arrivo aggiunge altri problemi a quelli esistenti e provoca ondate di partenze verso l’Italia.

I disordini sono reclamizzati ed enfatizzati dai media occidentali. Si parla di una pesante repressione ordinata da Tripoli, di fosse comuni, di bombardamenti aerei su civili. Le immagini che accompagnano queste notizie mostrano in realtà solo cortei di automobili e poche decine di giovani che agitano una strana bandiera che non hanno mai visto e sparano in aria.
Tripoli è colta di sorpresa, ma in breve reagisce al complotto ebreo-sionista (così lo definisce lo stesso Gheddafi).
Né, del resto, i complottisti fanno mistero del loro ruolo. Sarkozy e i suoi correligionari, Bernard Kouchner, già ministro degli esteri, Bernard-Henri Lévy, che conduce a Parigi gli oppositori libici, Gilles Herzog e la vecchia conoscenza Daniel Cohn-Bendit (Dany il rosso) ne menano anzi vanto.
Bernard-Henri Levy, colto da delirio di onnipotenza, proprio in questi giorni, ha anche profetizzato che dopo la Libia, verrà il turno della Siria, dei palestinesi legati ad Hizbollah, dell’Iran di Ahmadinejad.
Ma l’ebreo propone e Dio (quello vero) dispone. Gli insorti sono bloccati. Dalla parte dei francesi passano solo pochi dirigenti prezzolati. Il governo libico è sul punto di ristabilire l’ordine.
Per rimettere in pista i ribelli è invocato il solito pretesto umanitario. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non nuovo a simili strumentalizzazioni, autorizza l’intromissione negli affari interni della Libia e la famigerata No fly zone.

Nessuno Stato è però obbligato a seguire l’indicazione, tant’è vero che quelli intenzionati a intervenire lo fanno a titolo individuale, dando vita al gruppo dei «volenterosi». Questi altruisti non esitano a destabilizzare una nazione che ha pacifici rapporti commerciali con tutti, e a spingere il suo popolo verso la guerra civile. Per piegarne il legittimo governo, ricorrono a bombardamenti terroristici e al lancio di missili.

L’offensiva contro Tripoli fa affluire nuovi elementi nella banda dei volenterosi. C’è nell’aria il profumo di un ricco bottino da spartire.
E l’Italia? Le sue intese con la Libia le aveva già fatte e partecipare a una coalizione armata contro quel Paese non le avrebbe certo migliorate. Eppure l’idea di prendere le distanze dagli anglo-americani lascia perplessa la classe politica. Comincia un balletto indecoroso: sì, ma non al seguito dei francesi, meglio la NATO. Questo mentre si spera che la NATO decida di restarne fuori.

Berlusconi si defila, ma i suoi Frattini e La Russa, pur presentandosi col piglio del protagonista, balbettano e si contraddicono. Sollevano eccezioni e i volenterosi fingono di accontentare Roma: promettono che, dopo qualche giorno, il comando passerà da un francese alla NATO, ma, quando è il momento, viene designato un altro generale francese, questa volta di nazionalità canadese, Charles Bouchard.
L’Italia, come accade a un giocatore di poker vittima dei bari, viene «presa in mezzo» e finisce per schierarsi a fianco di chi ha suscitato una guerra destinata a colpire i suoi interessi. Al danno si aggiunge la beffa di vedere i mezzi aerei e navali impegnati nel conflitto muovere dalle proprie basi.

Ci troviamo dunque a violare un Trattato di Amicizia con Tripoli siglato di recente, il 30 agosto 2010. Ancora una volta l’Italia manca alla parola data.
Sarebbe interessante valutare quale utilità, nella sua breve storia unitaria, abbia ricavato l’Italia dai suoi tradimenti.
Berlusconi peggio di Badoglio?
Quel che è certo è che, anche se la vicenda è tutt’altro che conclusa, nell’ambito ONU, NATO e Unione Europea, all’Italia ogni tutela dei propri interessi è preclusa e che pertanto la collaborazione offerta a quelle strutture è del tutto controproducente.

L’invasione dei profughi africani è solo il primo degli assaggi negativi. La confusione è totale, l’Europa in frantumi. In Italia nessuna regione vuole gli immigrati. Le spese di una caotica assistenza fanno lievitare il debito.
Ma vengono al pettine anche i nodi energetici, dai quali l’usura internazionale raccoglie i primi dividendi, dividendi che conta di accrescere capitalizzando le provvidenziali disgrazie piovute sul Giappone.
Sarebbe infine miope pensare che possa dare frutti il maramaldesco sequestro dei beni che la Libia aveva affidato all’amico italiano. Si tratta solo di una vergogna aggiuntiva, di una scorrettezza che resterà a lungo sulla fedina penale dell’Italia: traditori e ladri.

Non è possibile dimenticare, in questa amara analisi, il ruolo da mosca-cocchiera assunto dal comunista Napolitano che ha – fuori da ogni suo ruolo – ripetutamente esaltato la sconcia aggressione.
Contrariamente a quanto era accaduto per Budapest nel 1956, quando il suo cuore batteva all’unisono col motore dei carri armati russi, questa volta ha scelto di schierarsi con gli insorti. Dalla parte sbagliata allora, dalla parte sbagliata oggi. Sbagliata e perdente. Non sempre infatti il cavallo più forte è destinato a vincere. Finì male il comunismo sovietico, finirà male il neo-colonialismo sionista.

Cosa ricavare da questo esame dei fatti? Abbiamo visto che per sua incapacità e per i vincoli imposti dagli accordi internazionali, all’Italia è negata ogni possibilità di operare scelte di governo autonome. Si è spenta anche la speranza nell’Europa; la nostra sovranità nazionale è stata versata nell’imbuto europeo che ha restituito solo una moneta comunitaria priva del minimo controllo politico. A questo proposito è interessante ricordare il Foreign Sovereign Immunity Act del 1976 col quale i giuristi americani hanno definito le banche centrali «too sovereign to be sued», troppo sovrane per essere citate in giudizio.
In tale sconfortante panorama era lecito aspettarsi che almeno quelle valide sortite che erano state messe in campo in politica estera venissero difese.

Sulla Libia in particolare, l’importanza e l’enfasi del Trattato di Amicizia non ammettevano arretramenti: la parola data andava mantenuta. E invece, aderendo alla crociata dell’Occidente contro la Libia, fornendo basi militari, inviando aerei e navi da guerra, l’Italia ha messo il sigillo sul fallimento della sua affidabilità politica.
Di politica estera nel nostro Paese non ci si occupa mai, eppure essa – l’invasione dall’Africa lo sta dimostrando – è cosa tutt’altro che irrilevante. Si dimostra anzi una scelta prioritaria cui tutto il resto deve adeguarsi.

Al capo di governo chiediamo quale senso abbia, a questo punto, restare alla guida del Paese?
Egli ha davanti a se due strade; la prima, dimettersi e ritirarsi dalla politica con la coda fra le gambe; l’altra, spiegare agli italiani il perché delle umiliazioni patite e la necessità di una grande svolta in direzione della Sovranità.
Per essere credibile il messaggio dovrebbe essere però accompagnato dal ritiro di tutti i nostri contingenti militari oggi in Asia e nei Balcani e dall’uscita dell’Italia dalla NATO.

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GIU’ LE MANI DALLA LIBIA

Su suggerimento di un nostro sottoscrittore, pubblichiamo il seguente articolo.

luglio 2, 2011

di Strategos – think-tank di geopolitica

GIU’ LE MANI DALLA LIBIA

Da oltre due mesi il territorio libico è teatro dei bombardamenti della cosiddetta coalizione dei volenterosi, inizialmente formatasi nel quadro della risoluzione 1973 dell’Onu, ma immediatamente ricompattatasi sotto le più esplicite insegne della Nato. Questo passaggio di comando non è un evento da sottovalutare. Anzitutto, la risoluzione in esame aveva previsto l’imposizione di una no-fly zone sui cieli del territorio nazionale, volta ad impedire che la presidenza e il governo della Gran Jamāhīriyya di Libia popolare e socialista, proseguissero nella repressione degli insorti sollevatisi in alcuni distretti della Cirenaica. Questo provvedimento implicava come logica conseguenza militare, che potessero essere colpiti solo i principali luoghi di rifornimento aereo di Gheddafi. Tutto ciò, invece, è stato ampiamente superato, sin dalla prima notte di bombardamenti, durante la quale la marina statunitense ha sganciato ben 110 missili BGM-109 tomahawk, ossia ordigni da crociera progettati sin dai primi anni Settanta, che contengono una testata nucleare di tipo W-80, dotati di una potenza esplosiva originariamente compresa tra i 5 e i 150 kiloton. Per avere un’idea della versione per obiettivi di terra, è possibile osservarlo in questo video sperimentale:

Gà in quei primi giorni era chiaro che la coalizione atlantica (principalmente composta da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, col supporto di Norvegia, Italia, Qatar e Repubblica Ceca) stava intervenendo in maniera massiccia, oltrepassando le ragioni della missione stabilita in sede ONU. Per di più, dei simili ordigni o gli stessi missili tattici anti-carro e anti-radar AGM-65 Maverick e AGM-88 HARM tradizionalmente trasportati dai caccia F-16, non garantiscono una precisione di tiro assoluta, oltre al fatto che la dimensione simultanea delle guerre negli ultimi venti anni (soprattutto a partire dall’operazione Desert Storm in Iraq nel 1991) non concepisce più alcuna sequenzialità all’interno del teatro operativo, tanto più in una circostanza come quella libica, dove, in base alla risoluzione Onu, per ora, la discesa a terra non è consentita alle truppe della coalizione atlantica. Il confronto terrestre, dunque, al momento resta soltanto quello interno al Paese tra l’esercito regolare di Gheddafi e gli insorti e/o mercenari della Cirenaica, per altro già da tempo pesantemente armati da agenti stranieri, presumibilmente francesi, egiziani, americani e britannici. Tuttavia, questo vincolo non consente in alcun modo di considerare quella della Nato come una semplice operazione di sicurezza e di supporto. Il divieto di scendere a terra stabilito dalla risoluzione 1973, è stato semplicemente aggirato attraverso un accerchiamento aero-navale che stringe la Libia nella morsa di un confronto totalmente sproporzionato sia sul piano politico che su quello militare. Malgrado le considerazioni della classe dirigente italiana, non c’è alcun modo per indorare la pillola. La coalizione atlantica è in guerra e, con lei, l’Italia: il comando dell’operazione di sfondamento Odissey Dawn è stato coordinato presso la base di Capodichino, diversi cacciabombardieri in dotazione all’Esercito hanno partecipato alle missioni sui cieli della Libia e la Portaerei Garibaldi (dotata di lanciamissili, lanciasiluri e di una capacità di carico massima di 12 cacciabombardieri AV-8B) è tutt’ora impegnata al largo delle coste libiche nelle acque del Golfo della Sirte.

Ormai è evidente che:

–          La risoluzione Onu è stata oltrepassata e violata, anche alla luce delle nuove prove che hanno documentato la quasi completa inconsistenza dei principali capi d’imputazione contro Gheddafi (fosse comuni poi rivelatesi inesistenti, massacri mai filmati, bombardamenti sulla folla mai documentati ecc. …)

–          La Libia è vittima di un’ennesima aggressione della Nato, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della Nato, attraverso il comando Africom), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentale scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo.

–          L’Italia è a tutti gli effetti un membro della coalizione atlantica e sta svolgendo un ruolo attivo all’interno del teatro operativo in Libia.

Eppure, stavolta, a distanza di otto anni dall’avvio dello sciagurato intervento in Iraq, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questa aggressione imperialista, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy, e dove addirittura le opinioni puramente personali e umorali in merito a Gheddafi hanno prevalso su qualsiasi ragionamento strategico e politico a lungo termine. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa, risulta opportuno utilizzare al meglio la rete e qualunque mezzo a disposizione per sensibilizzare la pubblica opinione nazionale e mobilitarne le coscienze, affinché sia possibile organizzare una manifestazione popolare unitaria, per chiedere l’immediato ritiro delle truppe italiane dalla missione in Libia e da tutte le missioni per conto della Nato e degli Stati Uniti d’America, e per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, in seguito alla gravissima violazione degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, stabiliti nel 2008 all’interno del Trattato di Amicizia di Bengasi.

Strategos

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PRIMA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70″ DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 4

Intervento di Luisa Pesante:

Intervento di Mirko Cecchinato:

Secondo intervento di Alberto B. Mariantoni:

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PRIMA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70″ DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 3

Intervento di Stelvio Dal Piaz:

Intervento di Paolo Longo Caracciolo:

Intervento di Carlo Boccadifuoco:

Intervento di Maurizio Canosci:

Seguiranno altri interventi nella pagina 4.

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PRIMA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70” DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 2

Intervento di Nando Dicè:

Intervento di Federico Roberti:

Intervento di Claudio Modola:

Intervento di Antonio Serena:

Seguiranno altri interventi nella pagina 3.

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PRIMA SERIE DI INTERVENTI AL “FORUM DEI 70” DEL 28 MAGGIO 2011 A ROMA – pagina 1

Intervento di Antonio Caracciolo:

Intervento di Giancarlo Paciello:

Intervento di Teodoro Katte Klitche De La Grange:

Seguiranno altri interventi nella pagina 2.

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“Cicero pro domo sua” – il Multilinguismo del Commissario Leonard Orban e dei suoi predecessori

26 Settembre 2007

Il Membro della Commissione Europea responsabile del Multilinguismo, il rumeno Leonard Orban continua l’opera di colonizzazione linguistica e culturale dell’Europa comunitaria, iniziata in grande stile dal britannico Neil Kinnock, e la perfeziona arricchendola di nuove sfaccettature, tutte opportunamente studiate per flagellare le grandi lingue di cultura dell’Europa tra le quali l’italiano occupa uno posto di primo piano, in tutti i sensi.

Il grande colonizzatore dell’Europa comunitaria che è stato Neil Kinnock, Commissario e poi Vice-Presidente della Commissione Europea, nei suoi nove anni di presenza a Bruxelles ha lasciato una Commissione stravolta dalle fondamenta, non solo dal punto di vista della pratica linguistica ma anche da quello della cultura amministrativa.

Il Commissario britannico, che insieme alla moglie, parlamentare europeo, e al figlio Direttore facente funzione del British Council a Bruxelles, ha costituito un vero e proprio gruppo di pressione per l’imposizione della lingua e della cultura anglosassoni, in seno alle istituzioni europee, ha disposto di enormi poteri per portare a termine l’opera di anglicizazione dell’Europa, è stato infatti responsabile del Personale e dell’Amministrazione, dei Servizi Linguistici e del settore informatico.  Mai nessuno prima di lui aveva disposto dell’insieme di queste competenze e mai nessuno prima, in seno alla Commissione, aveva tratto tanti vantaggi per il proprio Paese dai settori di propria competenza.

Il lavoro è stato talmente ben fatto che ha superato le aspettative a un punto tale che al suo ritorno in patria Neil Kinnock, non solo è stato nominato Presidente del British Council ma è stato fatto baronetto dalla sua graziosa Maestà.

Il peggio è che i successori di Sir Neil, prima Jàn Figel e attualmente Leonard Orban, sotto l’influenza delle strategie del British Council, in opera a tutto raggio in seno ai servizi della Commissione, ne seguono le orme senza porsi domande. Infatti, invece di darsi da fare a ricostituire i servizi linguistici smantellati e, in parte, esternalizzati, a mettere in funzione un sistema informatico degno di una Comunità multilingue, a predisporre e ad esigere un’informazione plurilingue per i cittadini europei, una comunicazione che sia in grado di raggiungerli e di coinvolgerli nel progetto di integrazione dell’Europa, invece di preoccuparsi di rivedere la legittimità nella scelta delle lingue di procedura, la legalità e l’efficacità del sistema linguistico applicato ai concorsi per l’assunzione di funzionari che si fanno in sole tre lingue, la qualità dei testi originali che diventano sempre più scadenti perché sempre meno funzionari sono autorizzati a redigere nella propria lingua e neanche in quella che conoscono meglio, i signori Commissari perdono tempo, vanno fuori dal seminato e si occupano in priorità di questioni secondarie.

Tralasciando, per il momento, le “Raccomandazioni” e le “Comunicazioni” della Commissione, in materia di multilinguismo, sulle quali torneremo in seguito, limitandoci semplicemente al vaglio della creazione di gruppi di lavoro e di riflessione sul multilinguismo non possiamo che constatare la deriva della Commissione nell’affrontare la questione linguistica e l’assenza totale di un’ottica “europea” e “comunitaria” nell’approccio alle lingue e alla cultura. In questo ambito, non sarà mai detto abbastanza e abbastanza forte che le sole lingue che costituiscono materia comunitaria e che, per questo, il loro rispetto e la loro salvaguardia cadono sotto la responsabilità della Commissione e delle altre istituzioni, sono le lingue ufficiali degli Stati Membri della Comunità Europea.

Questo dato di fatto, di fondamentale importanza, risulta del tutto estraneo alle azioni prioritarie del Commissario Leonard Orban, il quale, a fine giugno, ha riunito e presieduto un gruppo di intellettuali e di esperti del multilinguismo cosí costituito:

Amin Maalouf di  nazionalità libanese e francese, Jens Christian Grøndahl di nazionalità danese, David Green di nazionalità inglese, eminente membro dell’onnipotente e onnipresente British Council, Jacques De Decker di nazionalità belga, Sandra Pralong di nazionalità rumena e americana, Jutta Limbach di nazionalità tedesca, Eduardo Lourenço di nazionalità portoghese, Tahar Ben Jelloun di nazionalità marocchina, Jan Sokol di nazionalità ceca, Jorge Semprun  di nazionalità spagnola.

Questo gruppo dovrebbe fare delle proposte alla Commissione Europea quanto al ruolo delle lingue nel rafforzamento del dialogo interculturale.

Non risulta chiaro il perché, in seno a questo gruppo di intellettuali, un grande Paese come l’Italia membro, fondatore della Comunità europea, brilli per la sua assenza, perché la Francia sia presente solo di sguincio, attraverso un cittadino libanese con doppia nazionalità, non sono chiari i criteri sulla base dei quali la Commissione ha scelto gli esperti e di quale dialogo interculturale si tratti, questioni di fondamentale importanza alle quali il Commissario Orban non ha consentito rispondere, a tutt’oggi, nonostante una precisa richiesta da parte di Athena. Il punto chiave, tuttavia, risiede nel fatto che, se si tratta del dialogo interculturale tra gli Stati Membri dell’Unione, non si vede che cosa ci stiano a fare, gli esperti libanesi, marocchini e addirittura di nazionalità americana, mentre, se si tratta del dialogo interculturale con i Paesi Terzi, ci si chiede perché la Commissione, che lamenta costantemente la mancanza di risorse finanziarie per il multilinguismo, al quale non si consacrano più di due Euro all’anno pro capite, spreca il denaro pubblico non già per un multilinguismo in favore del cittadino europeo ma per un dialogo interculturale con altre regioni del mondo che potrebbe permettersi solo se avesse risolto il problema del multilinguismo e del dialogo all’interno della Comunità Europea e avesse assicurato il rispetto e la salvaguardia delle lingue ufficiali degli Stati Membri, obiettivi ben lontani da un’attuazione anche appena accettabile.

Più recentemente, il 19 e 20 Settembre, il Commissario  Orban ha organizzato una  conferenza sulle lingue nel settore imprenditoriale e, ancora una volta, non solo, l’Italia non aveva alcun ruolo di rilievo, com’era il caso per gli altri grandi Paesi quali Francia, Germania e Regno Unito, ma, al colmo della disinvoltura nei confronti dell’Italia, invece di fare il Comunicato Stampa nelle lingue dei quattro grandi Stati Membri dell’Unione, Leonard Orban, al posto dell’italiano, ha messo il rumeno. Forse il Commissario per il multilinguismo tende a dimenticare, che in seno alla Commissione, egli non rappresenta il proprio Paese ma l’interesse generale dell’Europa.

Anna Maria Campogrande

Presidente di Athena -Association pour la défense des langues officielles de la Communauté européenne

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