Guerra e politica italiana per conto terzi – di Pietro Sella

di Piero Sella (fonte: l’Uomo Libero, N. 71) – 03/05/2011
Se all’inizio della sua carriera politica Berlusconi poteva «pensare in grande», nutrire qualche speranza di incidere in modo significativo sui destini dell’Italia, all’inizio di questa legislatura ogni illusione doveva essere svanita.

Con la sua intelligenza d’imprenditore di successo, al premier non poteva essere sfuggito il tipo fangoso di terreno sul quale doveva camminare. Aveva avuto da quando era «sceso in campo» tutto il tempo per una valutazione realistica. Troppi gli ostacoli da superare: in primo luogo un enorme debito pubblico che impediva l’avvio di importanti lavori pubblici e di riforme sociali. E poi, via via, il dramma delle Regioni in mano alla criminalità organizzata, il disastro della corruzione e del clientelismo, l’impossibilità a causa degli egoismi settoriali di frenare la spesa corrente, l’evasione fiscale, gli appalti truccati, gli sprechi, le truffe agli enti previdenziali. E ancora l’impossibilità di far giungere in porto le grandi riforme istituzionali a causa dei gruppi, nazionali e internazionali, interessati a mantenere lo status quo. Se non rientra nella loro sfera di interesse, i poteri forti, le banche e i loro giornali, sono in grado di impedire all’opinione pubblica la ricezione di qualsiasi messaggio.

Si doveva insomma fare i conti con quanto la cupola democomunista era riuscita a capitalizzare in decenni di attività.
L’occupazione della scuola, delle università, dei tribunali, dei sindacati, e dell’apparato burocratico hanno prodotto come risultato Presidenti della Repubblica tutt’altro che imparziali, una Corte Costituzionale trincerata in un fortino inespugnabile contro il quale è inutile legiferare, un mondo culturale fazioso, intollerante e arrogante, egemonizzato nell’editoria, nello spettacolo e nelle televisioni (pubbliche e private) dai vetero-comunisti e dai globalizzatori di estrazione plutocratica e cattolica.
Eppure, nonostante questa zavorra, sorretto da un grande ottimismo, Berlusconi pensava di avere ancora in mano le carte per ritagliarsi lo spazio d’azione necessario ad affrancare l’Italia dal servaggio in cui dal dopoguerra era caduta.

Come evitare, intanto, di mettersi in rotta di collisione con avversari di stazza tanto maggiore? Come tacitarne la pericolosa suscettibilità? Agendo con gradualità, senza dare nell’occhio, restando allineati e coperti.

Esibiva innanzitutto, il premier, grande considerazione per il capofila. I suoi rapporti con i presidenti USA lasciavano sullo sfondo come sprovveduti provinciali gli altri colleghi europei, incapaci di cogliere al volo la pur elementare psicologia americana.
Si proclamava il migliore amico di Israele, di cui fingeva di non vedere la protervia razzista esercitata contro la popolazione araba.
Mostrava di prender per buoni gli sproloqui demoumanitari dell’Occidente, contribuiva anzi, con truppe italiane, agli sciagurati interventi nei Balcani e nel Vicino Oriente. Ingoiava con un sorriso la sudditanza alla NATO e l’ingombrante presenza in Italia delle basi americane. Cercava di mantenere rapporti corretti con l’Europa e la sua Banca Centrale, tenendo a freno i giusti attacchi di Tremonti alla speculazione finanziaria e agli istituti di credito.
Con tali premesse, pensava di essersi guadagnato il diritto a qualche licenza, per agire, negli spazi liberi, non regolamentati cioè da precedenti intese internazionali. Puntava insomma a legittime, realistiche e promettenti intese bilaterali.
Partner internazionali si erano resi disponibili per accordi commerciali di grande spessore, capaci di dar fiato economico ed energetico all’Italia e di aprire nuovi mercati alle nostre industrie.

Questo stretto varco di libertà poteva essere l’avvio di una nuova politica di liberazione nazionale e di piena Sovranità.
Ed ecco Berlusconi dare buona prova nell’intesa con la Russia di Putin. Diversificando le forniture di gas e petrolio, l’Italia si mette al riparo dalla Speculazione e dai ricatti delle Sette Sorelle, una lobby potentissima in grado non solo di sfruttare, ma addirittura determinare turbolenze e conflitti nello scacchiere mediorientale.
Ma è quello con la Libia l’accordo di più ampio respiro. L’Italia, primo partner commerciale di Tripoli, ottiene la fornitura del 32% del suo fabbisogno petrolifero annuo, pagandolo, in pratica, con il lavoro delle sue imprese sulla vicina sponda mediterranea. Eni e Finmeccanica lasciano al palo i concorrenti stranieri. Una collaborazione destinata a durare in quanto riguarda due economie vicine geograficamente e complementari. La Libia dava per di più garanzie di essere un Paese politicamente tranquillo. Sotto la guida del colonnello Muammar Gheddafi aveva avuto uno sviluppo stupefacente. Infrastrutture, acquedotti, porti, strade, scuole, ospedali, alberghi, l’hanno condotta in pochi decenni alla modernità. Le ricchezze del sottosuolo hanno anche elevato, e di molto, il livello di vita della popolazione.

Trattare con una nazione ricca, ordinata, poco popolata e che non ha contenziosi aperti con nessuno dei vicini era già molto. Ma nel pacchetto degli accordi con Tripoli era anche inserito il controllo dei flussi migratori dall’Africa nera; un problema per noi drammatico che, appena firmato l’accordo, cessa di assillarci.
Che l’Italia, per la disinvolta diplomazia del suo premier e per la sua fortunata posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, si fosse garantita l’autosufficienza energetica e quindi avesse compiuto un passo verso la fine della sovranità limitata era certamente sgradito all’Oligarchia atlantica e alla grande finanza cosmopolita che vi spadroneggia.

La reazione è immediata e radicale, e sfrutta i canali che ha a disposizione. Berlusconi è un personaggio scomodo, va rimosso.
Entrano in azione tutti quei centri di potere politici, finanziari, giornalistici, che hanno come punto di riferimento la cupola demoplutocratica e cioè, nell’attuale parlamento, i partiti della cosiddetta sinistra, sempre preoccupata di apparire affidabile a Washington, e i centristi di Casini.

Tutti si danno da fare per provocare la crisi, per far cadere Berlusconi. La coalizione golpista non ha però i numeri sufficienti. Si pesca allora direttamente nel partito del premier. Fini, coi suoi ripetuti viaggi a Gerusalemme e in America, aveva fatto ampiamente capire la propria disponibilità. È lui a organizzare la trentina di deputati necessari alla bisogna. Per il ribaltone dovrebbero bastare; non era il caso di spendere di più!
Ma quale fu il pretesto, il casus belli, agitato contro Berlusconi da Fini e dai suoi? Sfidiamo chiunque a trovare nel mare di chiacchiere che su questo argomento ci ha perseguitato fino al 29 settembre 2010, data in cui doveva essere votata la sfiducia al governo, un motivo tale da giustificare la scissione.
Nessuno scontro sul programma del governo né sulla sua attuazione. Ripetuti furono invece, da parte di Fini e del suo entourage i cenni di critica ai rapporti intessuti con la Russia e la Libia, chiaro anticipo (e impegnativa dichiarazione d’intenti indirizzata ai mandanti) di quella che sarebbe stata la politica del governo destinato a subentrare.
Ma l’assalto parlamentare delle opposizioni e dei transfughi di Fini fallisce per pochi voti.

Subentra allora, per spingere alle dimissioni il premier, la magi
stratura politicizzata che nei suoi arsenali ha sempre pronta la sorpresa, l’intercettazione giusta.
I processi in corso sono lenti e a rischio di prescrizione, ed ecco l’affare Ruby, cui la stampa liberalcapitalista e la TV forniscono l’adeguata risonanza.
Ma neppure l’attacco scandalistico piega Berlusconi. Il Cavaliere barcolla, ma resiste e reagisce.
A questo punto, nelle altissime sfere, si decide di troncare gli indugi e di spezzare, anche se sarà un po’ più complicato, l’anello libico della catena. È necessario far capire all’Italia – ma anche a chi fosse in futuro tentato di seguirne l’esempio – che nessuna libera uscita è consentita, nemmeno dalla porta di servizio.

In Cirenaica tutto è pronto.
Gli «insorti» entreranno in azione sulla scia delle pacifiche rivolte d’Egitto e Tunisia, ma in Libia è diverso, gli organizzatori, i servizi francesi, non hanno tempo da perdere; non si accontentano di gestire dietro le quinte farraginose proteste e, per dare una scossa, hanno portato con sé tutto il necessario: soldi, bandiere a centinaia e armi, con le quali i manifestanti sparano sulla polizia e assaltano caserme.
Ma la mossa vincente, è quella di creare nel paese il caos. Bande di insorti assaltano qua e là, nei loro alloggi, gli operai stranieri, li bastonano e tolgono loro soldi e telefono. In poche ore le attività estrattive sono interrotte; decine di migliaia di persone in fuga si riversano sull’unica strada costiera verso la Tunisia. Lì il loro arrivo aggiunge altri problemi a quelli esistenti e provoca ondate di partenze verso l’Italia.

I disordini sono reclamizzati ed enfatizzati dai media occidentali. Si parla di una pesante repressione ordinata da Tripoli, di fosse comuni, di bombardamenti aerei su civili. Le immagini che accompagnano queste notizie mostrano in realtà solo cortei di automobili e poche decine di giovani che agitano una strana bandiera che non hanno mai visto e sparano in aria.
Tripoli è colta di sorpresa, ma in breve reagisce al complotto ebreo-sionista (così lo definisce lo stesso Gheddafi).
Né, del resto, i complottisti fanno mistero del loro ruolo. Sarkozy e i suoi correligionari, Bernard Kouchner, già ministro degli esteri, Bernard-Henri Lévy, che conduce a Parigi gli oppositori libici, Gilles Herzog e la vecchia conoscenza Daniel Cohn-Bendit (Dany il rosso) ne menano anzi vanto.
Bernard-Henri Levy, colto da delirio di onnipotenza, proprio in questi giorni, ha anche profetizzato che dopo la Libia, verrà il turno della Siria, dei palestinesi legati ad Hizbollah, dell’Iran di Ahmadinejad.
Ma l’ebreo propone e Dio (quello vero) dispone. Gli insorti sono bloccati. Dalla parte dei francesi passano solo pochi dirigenti prezzolati. Il governo libico è sul punto di ristabilire l’ordine.
Per rimettere in pista i ribelli è invocato il solito pretesto umanitario. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non nuovo a simili strumentalizzazioni, autorizza l’intromissione negli affari interni della Libia e la famigerata No fly zone.

Nessuno Stato è però obbligato a seguire l’indicazione, tant’è vero che quelli intenzionati a intervenire lo fanno a titolo individuale, dando vita al gruppo dei «volenterosi». Questi altruisti non esitano a destabilizzare una nazione che ha pacifici rapporti commerciali con tutti, e a spingere il suo popolo verso la guerra civile. Per piegarne il legittimo governo, ricorrono a bombardamenti terroristici e al lancio di missili.

L’offensiva contro Tripoli fa affluire nuovi elementi nella banda dei volenterosi. C’è nell’aria il profumo di un ricco bottino da spartire.
E l’Italia? Le sue intese con la Libia le aveva già fatte e partecipare a una coalizione armata contro quel Paese non le avrebbe certo migliorate. Eppure l’idea di prendere le distanze dagli anglo-americani lascia perplessa la classe politica. Comincia un balletto indecoroso: sì, ma non al seguito dei francesi, meglio la NATO. Questo mentre si spera che la NATO decida di restarne fuori.

Berlusconi si defila, ma i suoi Frattini e La Russa, pur presentandosi col piglio del protagonista, balbettano e si contraddicono. Sollevano eccezioni e i volenterosi fingono di accontentare Roma: promettono che, dopo qualche giorno, il comando passerà da un francese alla NATO, ma, quando è il momento, viene designato un altro generale francese, questa volta di nazionalità canadese, Charles Bouchard.
L’Italia, come accade a un giocatore di poker vittima dei bari, viene «presa in mezzo» e finisce per schierarsi a fianco di chi ha suscitato una guerra destinata a colpire i suoi interessi. Al danno si aggiunge la beffa di vedere i mezzi aerei e navali impegnati nel conflitto muovere dalle proprie basi.

Ci troviamo dunque a violare un Trattato di Amicizia con Tripoli siglato di recente, il 30 agosto 2010. Ancora una volta l’Italia manca alla parola data.
Sarebbe interessante valutare quale utilità, nella sua breve storia unitaria, abbia ricavato l’Italia dai suoi tradimenti.
Berlusconi peggio di Badoglio?
Quel che è certo è che, anche se la vicenda è tutt’altro che conclusa, nell’ambito ONU, NATO e Unione Europea, all’Italia ogni tutela dei propri interessi è preclusa e che pertanto la collaborazione offerta a quelle strutture è del tutto controproducente.

L’invasione dei profughi africani è solo il primo degli assaggi negativi. La confusione è totale, l’Europa in frantumi. In Italia nessuna regione vuole gli immigrati. Le spese di una caotica assistenza fanno lievitare il debito.
Ma vengono al pettine anche i nodi energetici, dai quali l’usura internazionale raccoglie i primi dividendi, dividendi che conta di accrescere capitalizzando le provvidenziali disgrazie piovute sul Giappone.
Sarebbe infine miope pensare che possa dare frutti il maramaldesco sequestro dei beni che la Libia aveva affidato all’amico italiano. Si tratta solo di una vergogna aggiuntiva, di una scorrettezza che resterà a lungo sulla fedina penale dell’Italia: traditori e ladri.

Non è possibile dimenticare, in questa amara analisi, il ruolo da mosca-cocchiera assunto dal comunista Napolitano che ha – fuori da ogni suo ruolo – ripetutamente esaltato la sconcia aggressione.
Contrariamente a quanto era accaduto per Budapest nel 1956, quando il suo cuore batteva all’unisono col motore dei carri armati russi, questa volta ha scelto di schierarsi con gli insorti. Dalla parte sbagliata allora, dalla parte sbagliata oggi. Sbagliata e perdente. Non sempre infatti il cavallo più forte è destinato a vincere. Finì male il comunismo sovietico, finirà male il neo-colonialismo sionista.

Cosa ricavare da questo esame dei fatti? Abbiamo visto che per sua incapacità e per i vincoli imposti dagli accordi internazionali, all’Italia è negata ogni possibilità di operare scelte di governo autonome. Si è spenta anche la speranza nell’Europa; la nostra sovranità nazionale è stata versata nell’imbuto europeo che ha restituito solo una moneta comunitaria priva del minimo controllo politico. A questo proposito è interessante ricordare il Foreign Sovereign Immunity Act del 1976 col quale i giuristi americani hanno definito le banche centrali «too sovereign to be sued», troppo sovrane per essere citate in giudizio.
In tale sconfortante panorama era lecito aspettarsi che almeno quelle valide sortite che erano state messe in campo in politica estera venissero difese.

Sulla Libia in particolare, l’importanza e l’enfasi del Trattato di Amicizia non ammettevano arretramenti: la parola data andava mantenuta. E invece, aderendo alla crociata dell’Occidente contro la Libia, fornendo basi militari, inviando aerei e navi da guerra, l’Italia ha messo il sigillo sul fallimento della sua affidabilità politica.
Di politica estera nel nostro Paese non ci si occupa mai, eppure essa – l’invasione dall’Africa lo sta dimostrando – è cosa tutt’altro che irrilevante. Si dimostra anzi una scelta prioritaria cui tutto il resto deve adeguarsi.

Al capo di governo chiediamo quale senso abbia, a questo punto, restare alla guida del Paese?
Egli ha davanti a se due strade; la prima, dimettersi e ritirarsi dalla politica con la coda fra le gambe; l’altra, spiegare agli italiani il perché delle umiliazioni patite e la necessità di una grande svolta in direzione della Sovranità.
Per essere credibile il messaggio dovrebbe essere però accompagnato dal ritiro di tutti i nostri contingenti militari oggi in Asia e nei Balcani e dall’uscita dell’Italia dalla NATO.

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