Egemonia linguistica atlantica

Il veicolo linguistico dell’egemonia atlantica

di Claudio Mutti – claudiomutti.com


“Non vi lasciate sedurre da quell’anglomania che regna da qualche anno in qua in alcuna parte d’Italia”. (Metastasio, Lettera al Rovatti del 18 gennaio 1775)

La lingua del sì

Come le analoghe denominazioni relative agli Arabi, ai Turchi, agli Austriaci, ai Russi e ad altri popoli costruttori d’imperi, così anche Romanus è uno di quegli aggettivi e sostantivi che, dopo aver indicato l’appartenenza ad una comunità nazionale o tribale o ad un luogo particolare, persero quasi del tutto l’originario valore etnico per rivestire un’accezione giuridica e politica. Fu così che tra il IV e il V sec. d. C. l’africano Agostino poté scrivere che nell’Impero romano “omnes Romani facti sunt et omnes Romani dicuntur” (1) e un alto funzionario imperiale d’origine gallica, Claudio Rutilio Namaziano, componeva l’ultimo inno in onore di Roma celebrandone la missione: “Fecisti patriam diversis gentibus unam, (…) urbem fecisti quod prius orbis erat” (2).
Tuttavia allo spazio imperiale romano, che per mezzo millennio costituì un’unica patria per le diversae gentes comprese tra l’Atlantico e la Mesopotamia e la Britannia e la Libia, non corrispose un’unica lingua comune, poiché nella parte orientale, sia prima sia dopo la divisione ufficiale tra Arcadio ed Onorio, non giunse mai a termine il processo di romanizzazione linguistica. “E’ noto che il Latino trovò sempre molta difficoltà a imporsi in quei territori in cui si trovò in concorrenza col Greco, lingua che aveva, presso gli stessi Romani colti, un maggiore prestigio storico e culturale” (3). Quello romano fu dunque in sostanza un impero bilingue: il latino e il greco, in quanto lingue della politica, della legge e dell’esercito, oltre che delle lettere, della filosofia e delle religioni, svolgevano una funzione sovranazionale, alla quale gli idiomi locali dell’ecumene imperiale non potevano adempiere.
Con la fine dell’Impero d’Occidente, ebbe luogo quella frantumazione della latinità che favorì il processo di formazione delle parlate romanze, sicché sul principio del sec. XIV l’Europa appariva agli occhi di Dante articolata in tre aree linguistiche: quella corrispondente alle parlate germaniche e slave nonché all’ungherese, quella greca e quella neolatina, all’interno della quale egli poteva ulteriormente distinguere le tre unità particolari di provenzale (lingua d’oc), francese (lingua d’oil) e italiano (lingua del sì). Ma Dante era ben lungi dall’usare l’argomento della frammentazione linguistica per sostenere la frammentazione politica; anzi, solo la restaurazione dell’unità imperiale avrebbe potuto far sì che l’Italia, “il bel paese là dove il sì suona” (4), tornasse ad essere “il giardin dello ‘mperio” (5). E l’impero aveva la sua lingua, il latino, poiché, come diceva lo stesso Dante, “lo latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile” (6).
Se nella visione di Dante l’identità linguistica e quella nazionale rimanevano all’interno dell’ideale cornice dell’Impero, con la fine del Medio Evo venne in primo piano il nesso di lingua, nazione e Stato nazionale. Tale nesso “si rafforzò poi per il sorgere d’una politica linguistica degli stati, si ravvivò nelle polemiche letterarie e in quelle religiose, acquistò colore e vivacità nelle fantasie popolaresche o semidotte sui caratteri delle lingue e nazioni europee, e assunse, infine, la dignità d’una idea centrale nelle meditazioni di Francesco Bacone e di Locke, di Vico e di Leibnitz sulla storia linguistica e civile dei popoli” (7).
A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, quando in alcune parti d’Europa venne proclamato il principio dell’autonomia politica delle nazionalità, la lingua diventò bandiera di lotta politica. “Se chiamiamo popolo gli uomini che subiscono le medesime influenze esterne sui loro organi vocali e che, vivendo insieme, sviluppano continuamente la propria lingua comunicando sempre tra loro; dovremo dire che la lingua di questo popolo deve essere di necessità quella che è e non può essere diversa. (…) Tutto lo sviluppo di un popolo dipende dalla natura della lingua da lui parlata” (8). Così, attraverso queste parole di Fichte, si esprime il nazionalismo romantico agl’inizi dell’Ottocento, mentre si manifesta l’esigenza che ad ogni unità statale corrisponda una parallela unità linguistica. “Ogni sistema linguistico, in quanto condizione di reciproca comprensione e affratellamento, è una spinta verso un disegno politico di indipendenza, di unità” (9). Dove l’aspirazione all’autonomia era ostacolata dalla dispersione della nazione in una serie di entità politiche subnazionali, il richiamo all’unità linguistica diventava fattore di unità; ma se il progetto d’autonomia doveva confrontarsi con una formazione statale sopranazionale, allora l’enfatizzazione dell’identità linguistica veniva a costituire un fattore di ulteriore disgregazione dello spazio politico europeo.
Per quanto riguarda in particolare il Risorgimento italiano, se esso da una parte contribuì alla disgregazione dello spazio politico europeo sottraendo all’impero absburgico i territori italiani direttamente o indirettamente soggetti all’Austria, dall’altra si trattò pur sempre di un processo unitario, perché il potere dei Savoia si estese su tutta una Penisola che era precedentemente frazionata in sette entità politiche. Fu così che nel Regno d’Italia la scuola, la burocrazia e l’esercito modificarono le condizioni linguistiche e contribuirono alla diffusione della lingua comune; all’azione degli organi del nuovo Stato unitario si aggiunse quella svolta dalla stampa (quotidiana, periodica e non periodica) e dagli spettacoli, poi dal cinema sonoro e dalla radio.
Con la Grande Guerra, che favorì la temporanea convivenza di soldati originari di ogni parte del territorio nazionale, il lessico italiano si arricchì di unità lessicali provenienti da vari dialetti. Ma le sorti della lingua italiana furono decise dagli esiti della successiva guerra mondiale: l’invasione e l’occupazione dell’Italia e il suo inserimento nell’area geopolitica egemonizzata dalle Potenze atlantiche segnarono l’inizio di un processo linguistico che ha condotto alla nascita dell’attuale itanglese. Giacomo Devoto ha registrato l’avvio di tale processo usando la terminologia anodina e fredda del glottologo: “Una impronta interessante anglo-americana lasciarono, irradiando da Napoli, i ragazzi detti sciuscià (dall’inglese “shoeshine”), in quanto si offrivano come “lustratori di scarpe”. Anche segnorina, riferita al significato restrittivo di “passeggiatrice”, è sì l’italiano “signorina”, ma la pronuncia E della vocale protonica vi è rimasta come traccia della pronuncia normale sulla bocca dei militari anglo-americani a Napoli, e cioè del filone che le ha assicurato la fortuna” (10).

L’influsso inglese sull’italiano

La lingua inglese, diventata egemone nel corso di quel “secolo americano” che ha visto la conquista statunitense dell’Europa, fino al XVIII secolo esercitò sull’italiano un influsso praticamente irrilevante. Nel Dugento troviamo attestato un unico anglicismo, sterlina; nel Trecento è documentata la presenza di poche voci del lessico commerciale; fra il Quattrocento e il Cinquecento abbiamo una quarantina di termini, peraltro scarsamente diffusi, attinenti alla vita politica e civile dell’Inghilterra; al Seicento, il secolo dei primi dizionari italiano-inglesi, risalgono milord e rum; nel Settecento, per lo più attraverso la mediazione del francese, entrano in italiano e vi attecchiscono numerosi anglicismi appartenenti soprattutto al lessico politico, a riconferma della conclusione tratta da Arturo Graf al termine di un suo celebre studio: “l’anglomania e l’influsso inglese furono nel Settecento uno dei fatti più notabili della storia nostra, produttivo di effetti molteplici” (11).
Ma è nel corso dell’Ottocento che si fanno più strette le relazioni culturali tra Italia e Inghilterra. Grande è in quel secolo la fortuna italiana di poeti quali Alexander Pope, John Milton e George Byron e di romanzieri quali Walter Scott, Fenimore Cooper e Charles Dickens, nonché la diffusione di opere storiche, giuridiche, scientifiche e tecniche tradotte dall’inglese in italiano. Gli anglicismi ottocenteschi si presentano spesso in forma adattata (abolizionista, assolutista, radicale, boicottare, ostruzionismo ecc.); ma a volte compaiono in forma non adattata, come nel caso di leader, meeting, premier, budget, o di self government e platform (“programma di partito” nell’inglese d’America), cui però subentrano successivamente i calchi autogoverno e piattaforma. Dato l’interesse per il sistema politico inglese, particolarmente vivo tra i liberali italiani del secolo decimonono, il numero degli anglicismi è elevatissimo nella terminologia politica; ma se ne diffondono parecchi anche nel settore della moda (dandy, jersey, plaid, smoking, tight ecc.), dei mezzi di comunicazione (ferry-boat, tandem, cab, tunnel ecc.), delle attività agonistiche (foot-ball, tennis, base-ball ecc.), del commercio (copyright, manager, stock ecc.), della gastronomia (sandwich, brandy, whisky ecc.) e in altri campi ancora (12).
Nella prima metà del Novecento, la lingua europea più conosciuta in Italia era il francese. Le prime cattedre universitarie di inglese vennero istituite nel 1918; a quel medesimo anno risale la nascita dell’Istituto Britannico fiorentino, che, “con la sua biblioteca e i suoi corsi linguistici, divenne ben presto il centro più importante di diffusione appunto della lingua inglese a livello universitario” (13). La Grammatica ragionata della lingua inglese di V. Grasso, pubblicata a Palermo nel 1924, arriva all’ottava edizione nel 1965; il Corso di lingua inglese moderna di M. Hazon esce in ventitré edizioni fra il 1933 e il 1963; la Grammatica della lingua inglese per gli alunni degli istituti tecnici, ginnasi moderni e scuole commerciali di G. Orlandi conosce tre edizioni e tre ristampe fra il 1923 e il 1935. Nondimeno nella prima metà del secolo la conoscenza dell’inglese rimane piuttosto limitata, sicché “molte volte la pronunzia italiana delle parole inglesi rispecchia la forma grafica della parola, cioè si pronunziano le parole inglesi come se fossero italiane o si adottano soluzioni di compromesso; e questo prova come la maggior parte dei prestiti dall’inglese siano giunti per via scritta, a differenza di quanto era avvenuto precedentemente per i prestiti dal francese, giunti in gran parte per via orale” (14). Gli anglicismi che, in forma sia adattata sia non adattata, penetrano in italiano fino alla Seconda Guerra Mondiale riguardano le attività agonistiche (bob, corner, dribblare, goal, golf, rally ecc.), il campo degli affari (business, slogan, traveller’s cheque, trust ecc.), il mondo dello spettacolo (cast, film, gag, girl, music-hall, recital, vamp ecc.), l’abbigliamento (golf, nylon, slip, trench ecc.), i rapporti sociali e politici (boss, fair play, gentlemen’s agreement, isolazionismo, obiettore di coscienza ecc.) e ad altri campi semantici di vario genere (bar, camping, carta carbone, clacson, cow-boy, globe-trotter, hobby, jolly, pipeline, proibizionismo, sex appeal, stilografica ecc.).
Ma a determinare la definitiva prevalenza dell’inglese sul francese furono la sconfitta dell’Europa nella Seconda Guerra Mondiale e l’ampia diffusione della “cultura” anglo-americana nell’area egemonizzata dagli Stati Uniti d’America; in seguito all’assorbimento della Penisola nell’Occidente a guida statunitense, un numero enorme di anglicismi e di americanismi invade la lingua italiana e i suoi stessi dialetti (15). Una percentuale consistente riguarda il mondo della musica, dei balli e dello spettacolo: boogie-woogie, rock and roll, juke-box, night-club, strip-tease, show, happening, quiz ecc.; dei giochi: bowling, flipper, minigolf ecc.; dell’alimentazione: fast food, pop corn, drink ecc.; dell’abbigliamento: baby-doll, beauty-case, blue-jeans, montgomery, topless ecc.; dei trasporti: guardrail, jet, scooter, ski-lift, terminal ecc.; delle attività produttive e commerciali: full time e part time, leasing, marketing, self-service, supermarket, discount, duty free, franchising ecc.; delle professioni: hostess, steward, tour operator, baby-sitter, dog-sitter, call-girl, escort ecc.; dell’informatica: computer, bit, hardware, mouse, internet, web, link, e-mail, social network, bannare, chattare ecc.; della vita sociale: escalation, establishment, leadership, public relations, top secret, privacy ecc.; della delinquenza: kidnapping, killer, racket, pusher, new economy, hedge fund, subprime, broker ecc.; perfino degli stati d’animo: relax, stress, suspense ecc. Ma c’è di più: sono penetrati nell’uso italiano anche acronimi (NATO, VIP, AIDS ecc.), suffissi (come -ale in demenziale, dirigenziale ecc.), interiezioni e didascalie fumettistiche avvertite come tali (sigh, gulp, wow), perfino nomi personali (William, Rudy, Jessica ecc.). Oltre all’abominevole okay, addirittura l’avverbio della risposta affermativa: yes.
Non bisogna quindi meravigliarsi più di tanto, se da un convegno di Federlingue (Associazione italiana di servizi linguistici) tenuto nel 2010 è emerso che negli ultimi otto anni l’uso di anglicismi e americanismi nei testi italiani è aumentato del 773% (16).

La lingua dello yes

Il glottologo Paolo Zolli, che a metà degli anni Settanta elencava buona parte dei termini elencati più sopra per esemplificare “l’influsso prepotente dell’inglese sull’italiano in quest’ultimo dopoguerra” (17), osservava: “Il modello di vita americano, al quale l’occidente guarda, fa sì che si adoperino anglicismi in luogo di parole italiane che pure esistono, o potrebbero esistere” (18). Che esistano parole italiane corrispondenti sotto il profilo semantico agli anglicismi e americanismi attualmente in voga, lo ha cercato di dimostrare un volenteroso dilettante, compilando una sorta di Appendix Probi adeguata alla bisogna (19). Il fatto che iniziative di questo genere non vengano assunte dagl’italianisti universitari è emblematico della colpevole indifferenza con cui gl’intellettuali assistono a una situazione così grave. Particolarmente emblematico, nonché drammatico, è che i dizionari della lingua italiana, adottando non il criterio normativo, bensì quello “della massima indiscriminata apertura”, registrino qualunque vocabolo dell’itanglese, da acker (sic) a zapping (20).
Perfino un autorevole cruscante, Giovanni Nencioni, ha affermato con noncuranza che “non conviene dar peso agli anglismi di moda, snobistici, destinati a tramontare (…) né a quelli che ammiccano intenzionalmente all’appartenenza al costume straniero, come fast food, che in bocca italiana ha la stessa intenzione connotativa di pizza o spaghetti in bocca americana”. Il vero problema sarebbero invece gli anglicismi scientifici e soprattutto quelli tecnologici, a proposito dei quali Nencioni richiama un analogo precedente della storia linguistica italiana: “la penetrazione, nell’Italia settecentesca, della cultura illuministica per mezzo del principale suo strumento, la lingua francese, che inondò l’italiano di francesismi, provocando una sdegnata reazione puristica” (21).
Ma l’analogia storica proposta da Nencioni zoppica un po’; d’altronde è lui stesso a rilevare la differenza tra il francese del XVIII secolo e il tipo di inglese attualmente in uso: “Quel francese era la raffinata voce del più elevato strato etico e speculativo di una cultura nazionale non molto settorializzata e radicata in un profondo humus umanistico”, mentre l’inglese globalizzato “ha assunto il compito di pragmatico interprete di relazioni internazionali e di diffusore dell’attività scientifica e tecnologica del mondo anglosassone (e del restante mondo che condivide quell’attività), con spirito, se non culturalmente neutrale, prevalentemente strumentale. Funge infatti da lingua settorialmente specificata (bancaria, commerciale, diplomatica, informatica ecc.) oppure circùita, nei suoi limiti di lingua naturale, quei risultati delle scienze pure ed applicate che negli aspetti più esoterici ed essenziali si servono di codici artificiali accessibili ai soli iniziati” (22).
Il confronto tra il ruolo svolto dal francese settecentesco e quello dell’inglese odierno costituisce un argomento che potrebbe essere approfondito richiamando le considerazioni svolte a suo tempo da Giacomo Leopardi circa i francesismi. “Certo è – leggiamo nello Zibaldone – che non ripugna alla natura né delle lingue, né degli uomini, né delle cose, e non è contrario ai principii eterni ed essenziali dell’eleganza, del bello ec. che gli uomini di una nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d’idee con parole e modi appresi e ricevuti da un’altra nazione, che sia seco loro in istretto e frequente commercio, com’è appunto la Francia rispetto a noi (ed anche agli altri europei) per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio, e generalmente per l’influenza che ha la società e lo spirito di quella nazione su di tutta la colta Europa” (23). I francesismi che penetravano nell’italiano fra il Settecento e l’Ottocento erano dunque degli europeismi, mentre gli anglicismi odierni sono in realtà degli occidentalismi, se mi è lecito far uso di tali termini. In secondo luogo, se Leopardi riteneva che l’influenza del francese sull’italiano non pregiudicasse i princìpi dell’eleganza e del bello, chi potrebbe seriamente sostenere la compatibilità di tali princìpi con la lingua dello yes?
Infatti la condizione sulla quale il Leopardi insiste è che il barbarismo, oltre a non essere l’inutile doppione di un vocabolo italiano, “non ripugni dirittamente, anzi punto, all’indole generale e all’essenza della lingua, né all’orecchio e all’uso de’ nazionali” (24). Ora, parole come spot, flash, staff, team, soft, hard, freak, punk ecc. ripugnano per l’appunto “all’indole generale e all’essenza” dell’italiano a causa della diversità di struttura fonetica, mentre l’italiano sembra aver perso la sua tradizionale capacità di adattare al proprio sistema fono-morfologico la parola straniera (ad es. trasformando beef-steak in bistecca) o di realizzare calchi formali (ad es. riproducendo skyscraper nella forma grattacielo).
La posizione di Nencioni riferita più sopra sembra confermare quella di un brillante intellettuale non specialista, il quale, volendo servirsi dei risultati acquisiti dall’indagine etimologica per dedurne informazioni relative alla storia del popolo italiano e chiarirne in particolare i rapporti coi vicini europei e mediterranei, ha preso in esame i prestiti francesi, germanici, iberici ed arabi, ma ha escluso gli anglicismi, in quanto la caterva alluvionale di parole inglesi e americane si è riversata “sull’Italia, non sulla lingua italiana. (…) Restano inglesi, non diventano italiano” (25). Verissimo. In genere gli anglicismi, a differenza dei prestiti provenienti da altre lingue (completamente assimilati al sistema fono-morfologico dell’italiano), mantengono l’aspetto formale originario, anche se spesso vengono trascritti con una grafia imprecisa e pronunciati in maniera approssimativa. Rientrano dunque in quella categoria di parole di prestito che i glottologi tedeschi chiamano Fremdwo”rter, “parole straniere”, e che dovrebbero essere, “dalla maggior parte dei parlanti colti, ritenuti come un corpo estraneo, come una moneta straniera” (26).
Così almeno teorizzava Carlo Tagliavini (1903-1982), il quale preferiva chiamare “prestiti di moda” quelli che lo svizzero Ernst Tappolet (1870-1939) aveva chiamati Luxuslehnwörter, “prestiti di lusso” (27). Ma l’attuale invasione linguistica angloamericana non è più riducibile a un fenomeno di moda e tanto meno di lusso, sicché tali definizioni andrebbero aggiornate e il fenomeno dovrebbe essere considerato alla luce di esplorazioni in ambiti extralinguistici. Ma la linguistica accademica non è solita occuparsi di fattori che essa ritiene estranei al proprio campo d’indagine, quali il collaborazionismo della classe politica, la complicità di un ceto intellettuale mercenario e il conformismo della plebe dei dominati. Il nesso tra questione linguistica e questione politico-sociale si trova invece esplicitamente indicato in una riflessione del già citato Zibaldone leopardiano: “Per rimetter davvero in piedi la lingua italiana, – annotava il poeta in data 16 marzo 1821 – bisognerebbe prima in somma rimettere in piedi l’Italia, e gl’italiani” (28).
Fonte: http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=1&id_news=194

1. Sant’Agostino, Ad Psalmos, LVIII, 1.
2. Rutilio Namaziano, De reditu, I, 63-66.
3. C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, Pàtron, Bologna 1982, p. 174.
4. Dante, Inf. XXXIII, 80.
5. Dante, Purg. VI, 105.
6. Dante, Convivio, I, 5.
7. T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari 1965, p. 10.
8. J. G. Fichte, Discorsi alla nazione tedesca, Edizioni di Ar, Padova 2009, pp. 58 e 69.
9. G. Devoto, Il linguaggio d’Italia, Rizzoli, Milano 1974, p. 295.
10. G. Devoto, op. cit., pp. 327-328.
11. A. Graf, L’anglomania e l’influsso inglese in Italia nel secolo XVIII, Loescher, Torino 1911, p. 426.
12. A. Benedetti, Le traduzioni italiane da Walter Scott e i loro anglicismi, Olschki, Firenze 1974; A. L. Messeri, Voci inglesi della moda accolte in italiano nel XIX secolo, “Lingua nostra”, XV, 1954, pp. 47-50; A. L. Messeri, Anglicismi ottocenteschi riferiti ai mezzi di comunicazione, “Lingua nostra”, XVI, 1955, pp. 5-10; A. L. Messeri, Anglicismi nel linguaggio politico italiano nel ‘700 e nell”800, “Lingua nostra”, XVIII, 1957, pp. 100-108.
13. I. Baldelli in: B. Migliorini e I. Baldelli, Breve storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1972, p. 331.
14. P. Zolli, Le parole straniere, Zanichelli, Bologna 1976, p. 60.
15. Per gli anglicismi del secondo dopoguerra, cfr. I. Klajn, Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze 1972; I. Klajn, Su alcuni anglicismi nella recente terminologia linguistica, “Lingua nostra”, XXXV, 1974, pp. 86-87; G. Rando, Anglicismi nel “Dizionario moderno” dalla quarta alla decima edizione, “Lingua nostra”, XXX, 1969, pp. 107-112; G. Rando, Influssi inglesi nel lessico italiano contemporaneo, “Lingua nostra”, XXXIV, 1973, pp. 111-120. Per gli anglicismi nei dialetti italiani, cfr. A. Menarini, Sull'”italo-americano” degli Stati Uniti, in Ai margini della lingua, Sansoni, Firenze 1947, pp. 145-208; O. Parlangeli, Anglo-americanismi salentini, “Lingua nostra”, IX, 1948, pp. 83-86; G. Tropea, Americanismi in Sicilia, “Lingua nostra”, XVIII, 1957, pp. 82-85; G. Tropea, Ancora sugli americanismi del siciliano, “Archivio glottologico italiano”, XLIV, 1959, pp. 38-56, XLVIII, 1963, pp. 170-175, LVIII, 1973, pp. 165-182; G. Rando, Alcuni anglicismi nel dialetto di Filicudi Pecorini, “Lingua nostra”, XXVIII, 1967, pp. 31-32.
16. Il nostro uso di parole inglesi è cresciuto del 773% in otto anni, “Corriere della Sera”, 10 marzo 2010.
17. P. Zolli, op. cit., pp. 67-68.
18. P. Zolli, op. cit., p. 67.
19. A. Mezzano, L’antibarbaro. Vocabolario dell’italianità, Jivis Editore (mancano le indicazioni del luogo e della data d’edizione).
20. G. Devoto – G. C. Oli, Nuovo dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 1987.
21. G. Nencioni, Il destino della lingua italiana, Accademia della Crusca, Firenze 1995, p. 3.
22. G. Nencioni, op. cit., pp. 5-6. L’evocazione di concetti quali “esoterismo” e “iniziazione”, in relazione all’attuale funzione dell’inglese, mi induce qui ad una digressione che cercherò di contenere entro limiti accettabili. Più d’una volta sono stato tentato di riconoscere nell’inglese odierno le caratteristiche di una “lingua sacra”, ma, ovviamente, in quel senso invertito del termine che si rapporta all’idea di “controiniziazione”, intesa nel senso precisato da René Guénon. Infatti, come la fase attuale della Zivilisation occidentale è caratterizzata da una parodia della spiritualità (il fenomeno New Age), del diritto sacro (i “diritti umani”), del culto dei martiri (la Shoah), del messianismo escatologico (la vaticinata fine della storia all’insegna dell’universal trionfo liberalcapitalista), della musica liturgica (il jazz, il rock ecc.), dei luoghi di pellegrinaggio (Auschwitz, lo Yad Vashem, New York), così l’Occidente ha pure una sua parodistica “lingua sacra”: l’inglese per l’appunto. Nella sua funzione di lingua mondialista, l’inglese si presenta dunque come una parodia caricaturale di quelle lingue, propriamente sacre o anche solo liturgiche, che hanno svolto o ancora svolgono una funzione spirituale di universalità rispetto ad una corrispondente ecumene tradizionale: tali sono, per esempio, lingue quali il cinese, il sanscrito, il latino, l’arabo.
23. G. Leopardi, Zibaldone, 2501-2502.
24. G. Leopardi, op. cit., 2503.
25. R. Sermonti, Il linguaggio della lingua, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2008, p. 87.
26. C. Tagliavini, op. cit., p. 171.
27. “Quando (…) la parola mutuata corrisponde perfettamente o quasi ad una voce già esistente nel lessico indigeno, ci troviamo dinanzi ad uno di quei prestiti che il Tappolet chiama ‘di lusso’ (Luxuslehnwörter) e che forse meglio si potrebbero chiamare ‘di moda’” (C. Tagliavini, op. cit., p. 273).
28. G. Leopardi, Zibaldone, 799.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in +ARCHIVIO GENERALE, Articoli, Giornalismo Storico, Linguistica italiana. Contrassegna il permalink.