AFRICOM e guerra in Libia

L’AFRICOM e la guerra in Libia

Contrastare l’influenza cinese in Africa

Emile Schepers Global Research, 29 marzo 2011 Peoplesworld – 28-03-2011

La partecipazione degli Stati Uniti nella guerra in Libia sembra essere coordinata dalla ex base della Legione Straniera francese a Gibuti, un piccolo paese di mezzo milione di anime sulla punta estrema del Corno d’Africa. Questa è la base avanzata di AFRICOM, il comando unificato per l’azione africana costituita nel 2007 dall’ex presidente George W. Bush e dal suo segretario alla Difesa, Robert Gates, che ha continuato in tale carica, sotto il presidente Barack Obama. Perché gli Stati Uniti hanno creato una simile operazione speciale Africa, e cosa questo fa presagire, richiede un esame.
Il motivo originale dato per la creazione di AFRICOM, con la sua base principale che non è in Africa, ma a Stoccarda, in Germania, è stato quello di coordinare gli sforzi anti-terrorismi in paesi come la Somalia, dove il crollo del governo organizzato aveva condotto ad una situazione molto instabile e pericolosa. Ma anche se alcuni paesi africani sono stati felici di prendere equipaggiamenti militari degli Stati Uniti, molti di loro, tra cui in particolare il Sudafrica, hanno espresso degli scrupoli.
Diversamente dal motivo anti-terrorismo, i commentatori hanno sollevato la questione del petrolio. Gli analisti dell’industria petrolifera prevedono che entro l’anno 2015, gli Stati Uniti avranno il 25 per cento delle loro importazioni di petrolio da fonti africane. I maggiori produttori di petrolio in Africa sono la Libia, con 47 miliardi di barili di riserve certe (e forse molto altro ancora da scoprire), Nigeria (37,5 miliardi di barili), Angola (13,5 miliardi di barili), Algeria (13,4 miliardi di barili) e il Sudan (6,8 miliardi di barili). Piccoli paesi africani, tra cui il Gabon e la Guinea equatoriale, hanno una produzione di petrolio su una scala proporzionale più ampia delle loro dimensioni. Scrivendo nel 2008, Antonia Juhasz poneva un motivo nella politica petrolifera per la creazione di AFRICOM. “La preoccupazione è che, come è accaduto in Iraq, una maggiore presenza militare statunitense in Africa peserà sui militari oberati, mentre aumentano le ostilità interne, l’instabilità regionale e la rabbia verso gli Stati Uniti“, ha detto, aggiungendo: “L’obiettivo finale dei due tentativi è lo stesso: garantire l’accesso dell’industria petrolifera ai giacimenti di petrolio della regione“.
Libia, Nigeria, Angola e Algeria sono tutti stati membri dell’OPEC, il cartello dei paesi produttori di petrolio, le cui azioni comuni nella definizione delle quote di produzione, hanno un profondo effetto sul prezzo del petrolio. Numerose compagnie petrolifere statunitensi hanno investito nei paesi africani produttori di petrolio, compresa la Libia. Anche se il governo del leader Muammar Gheddafi ha nazionalizzato parecchie installazioni petrolifere straniere, quando prese il potere dal re Idris nel 1969, alcune importanti compagnie petrolifere stranieri, tra cui degli Stati Uniti, hanno compiuto investimenti in Libia, in operazioni congiunte con lo Stato libico. Queste includono Marathon, Hess, Conoco, Gulf, Occidental, BP, Repasol (Spagna), Eni (Italia) e Total (Francia), tra gli altri.
Nel 2009, Gheddafi ha iniziato suggerendo che avrebbe poutot nazionalizzare le restanti attività petrolifere straniere in Libia (AFRICOM era già stato istituito da tale momento), e ha rinnovato la minaccia al momento in cui l’intervento della NATO è iniziato, la scorsa settimana. Ma proprio adesso le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione europea ha ridotto le esportazioni di petrolio della Libia a una esiguità, con un conseguente salto a livello mondiale dei prezzi del carburante. Un intervento drastico che porti alla rimozione di Gheddafi e ad una maggiore libertà di azione di queste compagnie petrolifere, potrebbe essere parte del motivo per l’intervento, soprattutto da parte dei principali paesi dell’Unione europea, che dipendono dalla Libia per il loro fabbisogno energetico.

Contrastare l’influenza cinese in Africa
Un’altra ragione, data da alcuni analisti, per la creazione di AFRICOM, è per contrastare l’avanzata commerciale cinese in Africa. AFRICOM è principalmente un ente militare, ma comprende operazioni civili che dovrebbero vincere i cuori e le menti degli africani attraverso progetti di sviluppo.
Carmel Davis, presidente della Roger Holdings, Inc., ha sollevato questo problema in un documento del 2008. Per Davis, contrastare l’influenza cinese in Africa è ottimo, perché le imprese cinesi tendono a non interferire con i governi attuali dei paesi africani in cui investono. Davis sente che questo è un male, egli vuole usare il commercio statunitense per ottenere cambiamenti politici nei paesi africani, in modo che possano svilupparsi in direzione della democrazia capitalistica. Sebbene la società di Davis sembri essere coinvolta con la ristorazione e non col petrolio, può esserci qualcosa quando dice: “L’esperienza della Cina convince i leader africani” per il modo in cui la Cina ha raggiunto una crescita massiccia, senza la perdita del potere da parte del Partito Comunista dirigente. Inoltre, “Anche ciò che offre la Cina può convincere: Invece della condizionamenti degli aiuti forniti dagli organismi di Bretton Woods [il Fondo Monetario Internazionale e
la Banca mondiale] e dai governi occidentali, influenzati dalle ONG e dakl’opinione pubblica, la Cina offre una relazione orientata al mercato. degli acquirenti volonterosi di evitare espressamente le condizionamenti
“.
In parole povere, il fiorente commercio con la Cina può essere visto dagli africani come mezzo per soddisfar i bisogni economici, senza interferenze politiche sotto il pretesto dell'”intervento umanitario” o meno. E la Cina compra parecchio petrolio africano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/03/31/lafricom-e-la-guerra-in-libia/

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